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Era un pomeriggio piovoso
26 aprile 1986: Chernobyl
Era un pomeriggio piovoso, quel giorno di 22 anni fa. Era il 26 aprile del 1986 quando l’intero mondo conobbe Chernobyl. Una lunga notte quella, una triste e tragica notte per l’intera umanità...
Era un pomeriggio piovoso, quel giorno di 22 anni fa. Era il 26 aprile del 1986 quando l’intero mondo conobbe Chernobyl. Una lunga notte quella, una triste e tragica notte per l’intera umanità, indimenticabile per quella parte dell’est Europa. Chernobyl sorge in Ucraina, al confine con la Bielorussia e sarà proprio qui che 2/3 delle sostanze radioattive sollevate in aria dall'esplosione si depositerà, provocando effetti spaventosi. Quasi un quarto di questo paese rimarrà sepolto dalle radiazioni di una centrale nucleare sfuggita al controllo dei suoi operatori. In un filmato credo di National Geographic, pubblicato sul sito di youtube, viene ripresa la tragedia nei momenti immediatamente successivi.
“25 aprile ore 23,00 – racconta il video – la potenza del reattore scende a 700 mw, secondo quanto previsto dall’esperimento in atto. Un errore del personale impreparato a questo evento non riesce a controllare la diminuzione di potenza che scende, in breve tempo, a 30 mw. Il reattore si trova in condizioni di instabilità. Bisogna bloccare il reattore e riattivarlo dopo 24 ore. Questo però avrebbe significato non rispettare il piano concordato. Si decide di continuare l’esperimento. Questo fu l’errore più grave. 26 aprile ore 01.23 e quattro secondi l’operatore chiude le valvole di emergenze verso la turbina, l’ultimo sistema di protezione che altrimenti avrebbe salvato il reattore. Il personale ha ormai perso ogni possibilità di controllo del reattore…”
Il più grave disastro tecnogeno della storia umana era compiuto. E sulle sue conseguenze sociali, mediche ed ecologiche, dopo più di vent’anni non è stata ancora scritta la parola “fine”.
Era un pomeriggio grigio, piovoso di un triste giorno di inizio primavera. Fuori dalla porta di casa nostra era arrivato da qualche anno Arturo, la centrale nucleare di Caorso che rimase in funzione dall’’81 all’ottobre dell’’86, chiusa proprio in seguito al disastro di Chernobyl. Fu costruita su un progetto americano ed i suoi principi di funzionamento si basavano su una tecnologia già obsoleta, tanto che negli Stati Uniti non veniva più utilizzata. Le altre centrali nucleari in Italia erano quella di Montalto di Castro, mai messa in funzione, quella di Trino Vercellese che usava la stessa tecnologia di Chernobyl, mentre negli anni ’60 si ricorda quella di Garigliano, che sfiorò la tragedia per un guasto al sistema di spegnimento di emergenza del reattore.
Il dibattito attorno a quel tema era quindi più che mai acceso in quei tempi. Un caro amico, che lavorava proprio nella centrale di Caorso, mi raccontava come lui viveva le mille contraddizioni di quell’impianto. Lui come tanti suoi colleghi, parlavano dei sistemi di controllo, degli elevati costi di ogni piccolo attrezzo idoneo e certificato ad uso centrale, delle condizioni in cui si trovava ad operare il personale e di tanto altro. Il tema “nucleare” faceva parlare tanto e tanti, nelle piazze e nei bar, in tv e sui giornali. Veniva detto tutto ed il contrario di tutto. Le contrapposizioni portavano tecnici ed opinionisti, scienziati e tuttologi, giornalisti e politici a confrontarsi. E ancora oggi questo argomento è più che mai attuale. I problemi non pare siano stati risolti, lo smaltimento delle scorie radioattive come anche la collocazione delle centrali, i costi, la gestione, la sicurezza lasciano ancora adito a parecchie perplessità. La produzione di energia elettrica è un argomento sul quale si interroga il mondo intero. Le soluzioni al vaglio sono diverse, da quelle che scivolano sul problema dell’impatto estetico ambientale come l’eolica, ai termoconvettori, ai pannelli solari, etc…
Un’altra soluzione, tornata in auge, è il nucleare. Non sono certamente a favore di questa scelta, ma ammetto di non avere tuttavia la preparazione necessaria per poter dire, in assoluto, è giusto oppure no. Voglio però sperare che i sostenitori di questa soluzione parlino con una cognizione di causa ben più significativa, con una consapevolezza ed una conoscenza che va al di là di meri interessi economici. Diversamente potrebbe voler dire che nemmeno Chernobyl è servito a qualcosa. Che non sono servite le sue vittime di 24 anni fa, che non servono le sue vittime di oggi.
Con l’Associazione “Travo –Valtrebbia per l’accoglienza e la solidarietà” andrò a visitare, a fine aprile, questi posti dove ha avuto luogo il più grande disastro nucleare della storia. Atterreremo a Minsk, capitale della Bielorussia, per andare ad incontrare le famiglie e gli orfanotrofi da cui provengono i bambini che vengono ospitati nelle nostre case, da qualche anno a questa parte, nel mese di agosto. Sarà un’esperienza importante, breve ma certamente intensa. Entreremo nella loro quotidianità, divideremo con loro il nostro tempo, porteremo un sorriso, un abbraccio. E, come nelle precedenti esperienze che ho vissuto di questo tipo, sono sicuro che riceveremo tanto. Riceveremo il loro sorriso, i loro abbracci, leggeremo nei loro sguardi la speranza, nei loro gesti la gioia. Che sarà la nostra speranza, la nostra gioia, quella di poter camminare insieme, quella di poter crescere uniti, come amici, come fratelli. Sensazioni che diventano quasi materia, che si concretizzano in ogni contatto, anche in una semplice stretta di mano. Libertà mi seguirà in questo viaggio, per riportare questi momenti, per descrivere le emozioni, per raccontare una storia, fatta di bambini, di donne e di uomini. Era un pomeriggio grigio e piovoso quel giorno di 22 anni fa quando il mondo conobbe Chernobyl. Quando le loro vite venivano stravolte in pochi minuti, in una folle indimenticabile notte.
Roberto Rossi







