Alice Village, la casa dei bambini orfani
salvati dalla miseria delle baraccopoli
Oggi rientriamo a Nairobi. Dopo aver goduto della Malindi tranquilla, quella spogliata dal turismo, dopo i dohw per vivere il mare nella sua massima espressione tradizionale, dopo i tuc tuc per provare questi mezzi di trasporto tipici...
Da Malindi a Nairobi: Sabato – finalmente i bimbi di Alice Village…
Oggi rientriamo a Nairobi. Dopo aver goduto della Malindi tranquilla, quella spogliata dal turismo, dopo i dohw per vivere il mare nella sua massima espressione tradizionale, dopo i tuc tuc per provare questi mezzi di trasporto tipici, un po’ rumorosi, ma simpatici (niente di nuovo, comunque, nella nostra Stromboli sono in uso da decenni), è ora di tornare nella capitale. Lasciare questo posto incantevole, dove la luce del sole risplende i mille colori del cielo e del mare, per tornarmene in una città dove invece i colori variano dal grigio chiaro al grigio scurissimo, mi pesa un po’. Questa come prima sensazione. Poi basta che il pensiero corra a quel che troverò là e la voglia di raggiungere la capitale diventa immensa. Si, perché là trovo il motivo del mio viaggio, là trovo il motivo dei miei tanti viaggi. Là ci sono 32 bambini con i quali trascorrerò le giornate, da domani fino al 13 agosto. Sono bambini orfani che da qualche mese vivono all’Alice Village, la struttura inaugurata a Maggio da Twins International, l’organizzazione umanitaria alla quale dedico il mio mese di volontariato. La settimana che và chiudendosi è servita per prendere visione di cosa sta attorno a questi bambini, qual è la realtà sociale e culturale dentro la quale stanno crescendo. Per quello che può essere sufficiente i dati e le impressioni raccolte in pochi giorni. Qualcosa tuttavia è affiorato evidente. Ed un dato, quello che accomuna tutta l’Africa più di ogni altra cosa, è la disarmante difformità di condizioni di vita, la straripante disuguaglianza tra fasce sociali. E l’occidente, esempio di sviluppo ed evoluzione, si sta dirigendo, attraverso altre logiche e per altre ragioni, verso quel sistema. Quello che estremizza, che sempre più arricchisce, sempre più impoverisce. Dopo aver salutato Bruno Portabene e Zucchero e tutti gli altri amici di questi giorni, lasciamo la spiaggia. Sono le 10 e questa mattina prenderemo l’aereo che farà scalo al Kenyatta Airport. Mentre ci allontaniamo e salutiamo, al largo, oltre la barriera corallina, un dhow è sospinto dal vento che riempie la sua vela latina. L’immagine che mi resterà negli occhi di Malindi, di queste distese di bianca sabbia che si lascia bagnare e carezzare dalle morbide onde di questo Oceano Indiano, è questa. Una piccola imbarcazione padrona del vento, del mare, dello spazio. Padrona di tutto, piccola com’è. Invece grande, immensa, infinita nella sua dolcezza, forte e determinata nel suo navigare e dominare il vento, il mare, lo spazio. Nella hall dell’hotel troviamo Adrian, sempre elegante e a modo nell’accogliere gli ospiti, nel servirli. Lo salutiamo e lo stesso facciamo con gli altri dipendenti che abbiamo conosciuto in questi giorni. Le valigie sono sul tuc tuc, l’ultimo che prenderemo qui, quello che ci porterà al piccolo aeroporto. Le pratiche classiche, agevolate dal poco traffico di passeggeri, e ci accomodiamo nella sala d’attesa. La struttura è decisamente decadente, la speranza è che non lo siano anche gli aerei. Sono piccoli AN-26 ad elica, ma sospinti anche da propulsori. Non sono tra i più a rischio, come altri usati per questi collegamenti interni, ma di certo non sono nemmeno tra i più sicuri. La giornata, anche questa, è piena di sole. L’augurio è che risplenda anche in capitale. Anche perché, con le perturbazioni, questi aerei diventano come delle montagne russe, quando in certe ripide discese, il corpo è già giù, mentre cuore, polmoni, fegato e gli altri organi sono ancora là in alto. Ma la nostra speranza è vana. Infatti a Nairobi troviamo il solito, statico, immutabile grigio. Tra le nubi passeremo abbastanza indenni, senza troppi distacchi corpo-organi. Atterriamo e ci ingrigiamo. Penso sia per integrarsi al meglio con l’ambiente circostante. Non lo scegliamo, viene così, da solo. Ritiriamo i bagagli, pratica troppo lunga e complessa per il traffico di questo aeroporto. Matatu per il centro cittadino, posiamo i bagagli in hotel e usciamo. Stasera sarà cena alla Trattoria, un ottimo locale con buona cucina. E’ tra i migliori della città, di gestione italiana, e in questo campo nessuno ha da insegnarci nulla. Spendiamo meno di 20 euro a testa, orzo, caffè, vino e digestivo compreso. A letto verso la mezzanotte, dopo un ultimo drink. Qui al Terminal Hotel per un ultima notte, poi domani sarà Utawala, sarà Alice Village. Sarà finalmente bambini!
Tuc tuc: Malindi su tre ruote
In verità i Tuc tuc si trovano anche nelle città più grandi del Kenya (e in altri paesi dell’Africa, ma non solo, in quanto nella nostra Stromboli è l’unico mezzo in circolazione). Si tratta di veicoli Ape Piaggio attrezzati per trasporto persone, concorrenti dei taxi, ma molto più economici. Colorati e personalizzati anche nella tappezzeria e negli accessori, i Tuc tuc stazionano prevalentemente davanti agli hotel e ai villaggi, ma si possono fermare anche mentre sfrecciano (per modo di dire!) sulle strade. Un passaggio che può impegnare il mezzo anche 10 o 15 minuti può costare dai 20 ai 30 centesimi a testa, nel periodo di bassa stagione, mentre può raddoppiare o più nell’alta stagione. Il Tuc tuc è senz’altro da non perdere, almeno per una corsa. Non sarà determinante nell’esito della vacanza, ma è cosa buona vivere le tipicità, provare ciò che caratterizza un luogo.
Edmond Opondo Oloo – intervista al direttore di Alice Village
“Mi chiamo Edmond Opondo Oloo e ho 36 anni. Ho vissuto in diverse aree del paese, ma sono nato nella regione di Nyanza. Arrivo a Nairobi nel ’94 e vivo, per un primo tempo, a Korogocho, prima di arrivare qui a Utawala. Sono il direttore di Grapes Yard self group e dirigo anche il centro di Alice Village, cercando di soddisfare i bisogni primari dei bambini: cibo, educazione, vestiti, igiene personale, cure mediche. Quando ho fondato Grapes Yard self group nel 1999, ho dato priorità all’educazione scolastica. Abbiamo iniziato a Korogocho con l’apertura di una scuola che comprende dalla scuola materna fino all’ottava, l’ultima prima della scuola superiore. All’inizio aveva solo 30 bambini ed è stata riconosciuta dal governo locale. Il programma di Alice Village, che nasce nel maggio 2008, è stato preso in considerazione dopo aver conosciuto Diego Masi, presidente di Twins International, con cui abbiamo avviato una partnership. La casa nasce per ospitare bambini orfani, oggi ne abbiamo 32, 16 maschi e 16 femmine. L‘età va dai 6 ai 15 anni. Lo staff è composto da due house mother, due house assistant, un financial office, due programme assistant. La mia vita è cambiata perché adesso sono padre di 32 bambini, oltre agli altri 300 bambini di Graper Yard, che abitano a Korogocho e che seguo. Ho una mia famiglia, con 3 figli, un maschio e due femmine. E’ importante per me non far mancare a tutti questi figli un legame affettivo, di genitore e garantire loro una migliore qualità della vita. Questo significa maggiori responsabilità, rispetto, un obiettivo che mi impegna ogni giorno”.
Roberto Rossi

- bimbo a Nairobi

- caos cittadino di Nairobi

- Edmond Opondo Oloo

- bimba in slum a Nairobi

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