Nairobi, gli slum - fogne a cielo aperto
sono più di 200 in Kenya
Sono più di 200 gli slum in Kenya. E a Nairobi sono 17, tra i quali Kibera, il secondo più grande per numero di abitanti. Qui vivono più di un milione di poveri, ma un altro milione e mezzo si trovano negli altri slum: Mathare, Majengo, Mukuru Kwa Nj
Sono più di 200 gli slum in Kenya. E a Nairobi sono 17, tra i quali Kibera, il secondo più grande per numero di abitanti. Qui vivono più di un milione di poveri, ma un altro milione e mezzo si trovano negli altri slum: Mathare, Majengo, Mukuru Kwa Njenga, Kawangware, Saigon, Kibogore, Kuwinda, Kibogore, Mukuru Kwa Renben, Gitari Marigu, Kiamaiko, Komae, Kanuku, Kinjago, Kitui Kiambio, Korogocho.
Sono tutte immense discariche a cielo aperto, dove il livello di povertà raggiunge e supera l’inimmaginabile. I giorni che trascorreremo dentro questi luoghi inaccettabili per un mondo civile (ma è evidente che il nostro non lo è), ci aprirà gli occhi su una realtà incredibile, inenarrabile. Il degrado non è descrivibile. Lo slum è qualcosa per cui non esiste nel vocabolario un termine sufficientemente adeguato alla sua definizione.
La vita, o per meglio dire l’esistenza, si svolge per tutti, piccoli e adulti, maschi e femmine, per le strade. E’ così frequente impattare in gruppi di bambini di diverse età, spesso con la sorellina più grande che tiene in braccio il più piccolo, lungo le vie della città, immersi nel caos e nello smog di una città galera. Si, perché queste creature nascono già condannate ad una vita che vita non è. Ed è così in tutto il Kenya. Il Kenya dei villaggi e quello della costa, come anche il Kenya degli altipiani dell’entroterra.
Ogni ora del giorno è un viavai di migliaia di corpi smagriti e malvestiti che vagano nelle affollate strade delle grandi città. Nairobi è un insieme sparso e fitto di sgangherate bancarelle e venditori ambulanti, che occupano ogni centimetro quadrato utile, sfiorati da auto e matatu, da bus e motociclette che scaricano nell’aria nuvole di gas e polveri, tali da mantenere costante quell’atmosfera di grigiore che vela ogni cosa, che smorza ogni colore.
Nonostante tutti i proclami delle potenze del mondo che si incontrano annualmente per decidere le sorti dei popoli, per trovare le soluzioni ai drammi della fame e della sete, per frenare la morte di milioni di persone, nonostante le grandi buone intenzioni di costoro, il Kenya, come tutti gli altri paesi del cosiddetto terzo mondo, ha registrato un netto peggioramento dal 2002 ad oggi, e deve fare i conti con una sempre crescente e diffusa povertà.
Quei grassi e grossi signori potenti dell’industria e della politica mondiale consentono, o meglio intendono mantenere, uno stato delle cose di questa gravità, a favore delle loro pance e dei loro immensi patrimoni. Il Kenya è così retrocesso, nel 2005, al 154° posto su 177 nazioni, ma la beffa arriva dai padroni di casa. Si, perché il governo keniota ha salutato questo risultato come ben accetto, sostenendo sfacciatamente che tale rapporto avrebbe così consentito di attivare una serie di politiche adeguate alla situazione!
Nessuno stupore, quindi, se solo qualche mese fa il paese ha rischiato una pericolosa guerriglia interna che ha invece, fortunatamente, solo sfiorato. Accadeva nel gennaio di quest’anno, alla riconferma di Mway Kibaki alla guida del paese, attraverso, pare (ma pare vero!) un broglio elettorale. Masse di cittadini si sono riversati nelle piazze delle principali città, dando vita a scontri che hanno provocato numerose vittime e feriti.
Ma nulla è cambiato, come sempre capita, se non per chi ha perso la vita e per tutti coloro che stanno scontando, nei terrificanti penitenziari, severe, lunghe, forse infinite condanne.
Roberto Rossi

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