Nairobi - lo slum di Kibera
la seconda più grande baraccopoli al mondo
Con circa un milione e mezzo di abitanti, oltre un terzo della popolazione di Nairobi, Kibera rappresenta il secondo più grande slum dell’Africa. Un enorme ammasso di catapecchie che sorge pochi chilometri ad ovest della città. Dall’alto è un’infinit
Con circa un milione e mezzo di abitanti, oltre un terzo della popolazione di Nairobi, Kibera rappresenta il secondo più grande slum dell’Africa. Un enorme ammasso di catapecchie che sorge pochi chilometri ad ovest della città. Dall’alto è un’infinita distesa di lamiere contorte ed arrugginite, sotto le quali sopravvive il popolo più povero, sotto le quali si è radicata la miseria più nera dell’umanità.
Nasce verso la fine degli anni ’40 per dare ospitalità ai soldati africani smobilitati dall’Africa orientale britannica, reduci dalla seconda guerra mondiale. Diviene, in seguito, meta degli immigrati dalle zone rurali che cercano in città migliori condizioni di vita.
Si vive mediamente in 6 persone in baracche precarie che misurano non più di 3 metri quadrati. I bagni sono di un odore irrespirabile e servono fino a 500 persone. Anche elettricità e acqua sono ridotti al minimo.
Le stradine, strette e fangose alla prima leggera pioggia, si intrecciano in un labirinto infinito, dove si addossano le misere abitazioni, oltre a baracche che vendono chi frutta, chi verdura, chi samose, chi carne (abilmente da evitare), chi cd, ma anche schede telefoniche, capi di abbigliamento di diciottesima mano e tant’altro.
Kibera, come tutti gli altri slum, sono vere e proprie fogne a cielo aperto, dove i bambini giocano tra rifiuti di ogni genere e carogne di animali, attraversati da corsi d’acqua nera e putrida, maledettamente maleodorante. Il tasso di infezione da HIV qui dentro supera il 20% della popolazione. Oltre l’80% non ha occupazione, così, alle prime ore dell’alba, questo popolo di disperati si riversa nella città per guadagnare quello che consente di sopravvivere alla fame.
Il numero degli orfani cresce quotidianamente, ma i servizi sociali qui sono inesistenti, così come una politica di sviluppo urbano, come se Kibera e questo tipo di tremende realtà non esistessero. Pare proprio così, più di 2 milioni di esseri umani che non esistono, trasparenti, astratti!
Siamo andati in visita a Kibera con John (vedi scheda), un ragazzo di 23 anni che collabora in un progetto per il recupero dei “children street”, dei ragazzi di strada. John lavora con Padre Kizito, un volto noto da queste parti, e non solo. Padre Kizito è di origini italiane, ma vive qui da oltre trent’anni. Vive nella Shalom House, una bella struttura che comprende un albergo, un ristorante pizzeria, un bar, un internet point, una boutique di artigianato locale, oltre ad uffici, sale riunioni ed altri spazi operativi polifunzionali. Padre Kizito ha fatto tanto per questa gente. Ed ancora continua a lavorare, seguendo progetti e sostenendo iniziative per dare voce a questo popolo, per dare un contributo ad una comunità che chiede solo una possibilità, per una vita migliore, per un futuro.
Quello che oggi, in questa Africa, non c’è. Il futuro qui si ferma solo all’indomani. Non si può programmare, solo pensare ad arrivare al giorno dopo, in qualche modo, sempre solamente lottando.
Roberto Rossi
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