Djennè Moptì e poi Korioumè
in pinasse sul Niger
La sveglia è di prima mattina, la trasferta che andremo ad affrontare è lunga ed impegnativa. Lasciamo la capitale Bamako...
La sveglia è di prima mattina, la trasferta che andremo ad affrontare è lunga ed impegnativa. Lasciamo la capitale Bamako e prediamo direzione nord est, obiettivo Djennè. Per coprire i 510 km. di distanza ci vorranno oltre 12 ore di jeep, superando ogni avversità climatica. Dal caldo più opprimente, ad una pioggia torrenziale che ha ancor più devastato il fondo stradale, quasi interamente di terra battuta. Le buche sono ora voragini, le banchine scivolosissime trappole. Hamoyè trasmette pur sempre sufficiente tranquillità, anche lungo quei tratti dove l’acqua che scende a dirotto toglie quasi totalmente la visibilità. Alcune tappe sono necessarie per distendersi le gambe atrofizzate e per rifocillarsi di matoke, piccole banane, presso quei mercatini che si incontrano lungo la strada, in corrispondenza dei villaggi abitati. Con la solita confusione, solito assalto di venditori e bambini, soliti odori, fumi, polvere. Giungeremo al Port de Seymani verso le 8 di sera, da qui un’imbarcazione ci condurrà a Djennè, che sorge su un’isola al centro del fiume Bani. Sarà una traversata breve, ma da incubo, sotto l’acqua che continua a scendere senza tregua, dentro una confusione da stordimento. La stanchezza non aiuterà ad affrontare quel tratto con la necessaria energia, nei nostri pensieri anche la possibilità che “non ce la faremo mai”. Si, perché quella specie di imbarcazione che traghetta auto, motorini, persone, animali ed ogni ben di dio, da una riva all’altra, che non riuscirà ad accostarsi e dovrà imbarcare a circa 200 metri dalla terraferma, suscita nient’altro che inquietudine. Saremo costretti ad immergerci nel fiume ed eseguire una “manovra africana” per salire, con buona rincorsa, sulla barca! L’acqua arriverà quasi a livello dei finestrini, dalle nostre facce spiccano due occhi fuori orbita, come biglie in procinto di cadere. Hamoyè darà sfoggio delle sue qualità di grande driver attraversando con grande sicurezza il tratto di fiume e posizionando la vettura sul traghetto in modo perfetto. Quello che ci segue no, poiché finirà la sua corsa tamponandoci. E la biglia è sempre più sull’orlo dell’orbita oculare, avvicinandosi sempre più rischiosamente al vuoto. Il poi è un ricordo offuscato, sfiancati e totalmente basiti, riusciremo appena a mettere qualcosa in pancia, prima di cadere nell’oblio di un profondo sonno al quale non opponiamo minima difesa.
Djennè: sito Patrimonio dell’Umanità
L’Unesco lo riconosce come tale, e a piena ragione. Djennè, con i suoi 22mila abitanti, è una delle località più affascinanti dell’Africa occidentale, che racchiude in sé tutti gli elementi caratterizzanti del continente nero. All’animato mercato del lunedì, tra i più pittoreschi d’Africa, fa da contrasto la tranquillità del villaggio, snodato sulle sue labirintiche vie. Sono necessari un paio di giorni per visitare Djennè e come guida sceglieremo, anche perché non v’è altro, John Travolta, uno smilzo cinquantenne, occhialini tondi, fisico che non concepisce muscolatura. Lo incontriamo per la prima volta, ci ricorda lui (noi lo avevamo rimosso), la sera del nostro arrivo, quando già, la giornata, ci aveva riservato di tutto e di più. La ciliegina era lì, presso il nostro albergo, in attesa che giungessimo a destinazione. Allunga la spigolosa mano e si presenta “piacere, sono John Travolta”. Dovremmo aver pensato, in quel momento, che stavamo vaneggiando, che era tutto finto, un incubo, un film che si stava girando nella nostra testa, dentro ciò che rimaneva della nostra povera mente. Probabilmente percepita la nostra perplessità, lo smilzo mette mano alla tasca della sua lunga veste bianca ed estrae un documento, il patentino di guida turistica, sul quale è riportato esattamente nome e cognome: John Travolta. Dopo questa esibizione che gli conferirà, evidentemente, sicurezza, cercherà, però senza successo, di conquistarci con la sua simpatia, ci racconterà qualche episodio, secondo lui, spiritoso. Capirà, abbastanza presto, attraverso i nostri eloquenti sguardi, che sarà sua convenienza portarci in visita alla città, lasciando perdere il suo appeal. Lungo il percorso, tuttavia, parecchia gente lo saluterà proprio come John, e gli dovremo così riconoscere una certa popolarità. La prima visita è alla Grande Mosquèe, la più grande costruzione in fango del mondo. Qui l’accesso è consentito solamente ai musulmani, come annuncia il cartello posto al suo ingresso. La potremo solo apprezzare dall’esterno, quindi, ammirandone la maestosità e l’aspetto quasi fiabesco che trasmette. “Risale agli inizi del ‘900 – racconta John – ma sorge laddove, nel 1280, fu edificata quella precedente lasciata cadere in rovina nell’800”. Si notano, sporgenti dalle pareti esterne, numerose travi di legno, che caratterizzano l’edificio e che fungono da sostegno per le scale e le assi messe per la risistemazione della struttura. “Sono circa 4mila le persone che, ogni anno, si offrono volontarie per la riparazione del rivestimento esterno, completamente in fango” ci precisa la nostra guida. Sulla piazza della Grande Moschea migliaia di persone animano il mercato, come ogni lunedì. Un esercito di commercianti, tanti giunti già la sera prima, propongono ai tantissimi acquirenti locali, ogni cosa. Qui il turista non è bombardato dai venditori, poiché il mercato si muove maggiormente sullo scambio delle proprie merci tra gli ambulanti stessi e ci si troverà, forse unico caso africano, a dover chiedere informazioni sulle cose esposte.
Nel corso della visita, John ci racconterà di essere nato lì, a Djennè, di avere genitori e nonni originari di quella città, una tra le più antiche dell’Africa occidentale. “Qui il tempo ha portato pochi cambiamenti - ci spiega John – anche se le ricchezze date dal commercio trans-sahariano che aveva fatto di Djennè uno dei centri più importanti del XV secolo, sono rimaste solo un lontano ricordo”. Tolte le vesti da simpaticone, John si mostra assai più convincente in questa veste di guida. È l’ora di pranzo ormai, il sole batte dritto sulla nostra testa, decidiamo così di rientrare in albergo, pranzare e riposarci per una tranquilla passeggiata pomeridiana. Il giorno seguente visiteremo Jennè-Jeno, a soli 3 km. da Djennè, un luogo che emana il fascino di una storia antica. Sarà Mohamad, un amico di John, a farci da cicerone qui, un antico insediamento che risale all’incirca al 300 a.C. e che, dai ritrovamenti di utensili e suppellettili, pare sia stato uno tra i primi villaggi dell’Africa a fare uso del ferro. L’emozione si fonde con lo stupore, poiché cammineremo sopra migliaia di piccoli e meno piccoli pezzi di coccio, di materiale ferroso, di pietre e di quant’altro, tutti originali frammenti che raccontano l’antichissima storia dell’umanità. Dopo essere stati tentati di raccoglierne alcuni, li lasciamo lì, a terra, dove sono da millenni, a continuare a parlare di civiltà lontane, per poterne parlare ancora alle civiltà che verranno. È sera, rientriamo in albergo, domani si parte per Moptì.
Moptì: l’industria del turismo maliano
Sono poco più di 130 km. quelli che percorreremo per giungere a Moptì, ma sembrerà di averne percorsi 500mila per l’abissale differenza con quei luoghi che abbiamo da poco lasciato. Anche in questa trasferta non ci siamo fatti mancare niente. Prima tappa a Sevarè, per un saluto all’amica particolare del nostro Hamoyè. Lei, Marie, insegna in una scuola statale e la raggiungeremo lì. La vediamo venirci incontro con 4 bambini addosso, uno in spalla, uno in braccio, due nelle mani. Pochi minuti per qualche chiacchiera e l’occasione per lasciare a lei qualche centinaia di penne bic acquistate prima della partenza dall’Italia. Proseguiamo e superiamo alcuni ostici ostacoli causati dalle precedenti piogge, tra i quali una buca enorme diventata lago. Dentro, in una marrone acqua fangosa, un gruppo di una ventina di bambini, che si divertono tra loro, guadagnando anche qualche safà. Come? Semplice. Spingendo le malcapitate auto che devono attraversare quel lago, altrimenti impossibile da superare. 1000 o 2000 o 3000 safà, a seconda di chi vedono alla guida del mezzo è il prezzo del servizio, che si paga, comunque, assai volentieri. Dopo altre varie peripezie, eccoci a Moptì, una caotica città di oltre 100mila abitanti, dove comanda l’industria del turismo, organizzato così, come viene. L’impatto è quello di sempre, eccetto per Djennè, poiché il visitatore viaggiatore, ancor più se dall’aspetto del tipico turista occidentale, è preso d’assalto da una miriade di guide, venditori di artigianato, procacciatori di clienti, proprietari di pinasse che, al grido di “monsieur”, “garcon”, “madame”, “mon ami” ti stringono ai fianchi e ti tolgono il fiato. Così è anche per noi. Solita tattica, breve pausa, profondo respiro e si riparte. L’albergo che abbiamo scelto sembra fatto apposta, si chiama “Ya pas de probleme”, frase che abbiamo sentito mille volte, allo stremo delle forze, sul punto di non farcela più, gli amici africani che avevi al fianco in quel momento ti rassicuravano proprio così: “ya pas de probleme”. Sistemazione dignitosa per 25mila safà, circa 40 euro a camera con prima colazione. È l’ora di pranzo quando saremo nella hall dell’albergo, dove scaricheremo, per l’ennesima volta, tutti i bagagli, per organizzare la tre giorni di pinasse.
La prima tappa di Moptì è la banca, per un cambio valuta. Fuori stazionano alcuni agenti, dietro la cassa pure, o così sembra. Un ragazzone alto e ben messo, prima ci inquieta, complice la sua divisa marroncina tipo militare, poi diventa più rassicurante e cordiale e ci cambierà gli euro in safà, contandoli 6 o 7 o 8 volte. Il Niger a Moptì scorre per un gran tratto, attraversando l’intera città. Proprio nei pressi della banca troviamo il contatto per la pinasse, lì concluderemo l’affare. Ora si va al mitico Restaurant bar Bozo, frequentatissimo locale segnalato da tutte le guide, che si affaccia sul fiume. Attraverseremo il solito devastante mercato, presso il quale agganceremo alcuni venditori che non riusciremo a scrollarci fino alla partenza del giorno dopo, sfileremo a fianco del suggestivo cantiere dove vengono costruite le pinasse, e faremo l’ingresso al Bozo. Si sono fatte le 2 del pomeriggio, l’appetito dovrebbe essere soddisfatto da alcune brochette avec frites, tanto per cambiare. Attenderemo una buon ora e, nel frattempo, dalla bella terrazza sul fiume, saremo letteralmente catapultati all’interno, dentro una cupa e triste stanza, in quanto, nel giro di pochi minuti, quel caldo sole che illuminava Moptì era sparito dietro a nerissime nuvole di uno spaventoso temporale tropicale, portato da un vento fortissimo, che aveva levato un’enorme quantità di terra rossa e che aveva completamente modificato la fisionomia dell’ambiente circostante.
La sera, dopo un pomeriggio di riposo, l’appuntamento è nuovamente al Bozo, per poterlo apprezzare e godere nella sua veste migliore, quella della sera, quando le luci del cielo riflettono nel fiume, così come quelle delle barche che arrivano e che partono, con il loro sordo rumore, con il chiacchierio delle genti, che lavorano proprio lì, sotto la terrazza di questo vissuto e trascurato locale, carico di un fascino inimitabile. Scorrono le ore, serene, come un’estasi. Improvvisamente si alza un canto, un inno alla fede. Non c’è stanchezza, non c’è fame, non c’è nulla che può fermare questo rito religioso. E, come d’incanto, l’ultima preghiera sostituisce il battere dei martelli sulle assi di legno, del cantiere a fianco. Potrebbero essere le 10 o le 11, la notte è arrivata, ma il lavoro non cessa. Solo il richiamo di Allah sospende per qualche minuto il frenetico lavoro degli operai. Qualche minuto, giù in ginocchio, a flettere il corpo verso terra, rivolti alla Mecca, tutti insieme, tutti uniti, in una preghiera che si fa canto, per un credo che si fa adorazione.
In pinasse verso Korioumè
La sensazione è quella di vivere fuori dal corpo, unirsi all’acqua e diventare un solo elemento. Oppure disperdere la propria materia nell’aria e diventare aria. Acqua e aria, gli unici elementi con i quali vivi, ti confronti, dentro un’esperienza unica, inimitabile, la traversata del Niger.
Il giorno precedente abbiamo concluso la trattativa con uno dei tanti proprietari di pinasse, un maliano dalla stritolante stretta di mano, che ci combina un prezzo di favore, secondo lui, per il noleggio dell’imbarcazione. Sono 600mila safà, compresi due uomini dell’equipaggio, uno alla guida, l’altro allo scarico dell’acqua, quella che lascia il motore, forse di raffreddamento, o quella che imbarca forse, dal Niger. Circa 100 euro ci pare un prezzo ragionevole, pertanto accettiamo e siamo qui, nei pressi della barca, di buon ora, secondo l’appuntamento. Dormiremo in tenda per due notti, sulle rive del fiume, mangeremo riso liofilizzato e qualche matoke, che terremo, insieme a tutta l’attrezzatura, nella mitica caisse cuisine.
Scivolare lentamente sull’acqua e perdersi nella visione di un orizzonte, nei colori di un tramonto. Volare sopra ogni cosa, non sentire il peso di nulla, nessun pensiero, nessun qualcosa. Niente. Poi, d’improvviso, su quel filo di terra che divide l’acqua dal cielo, delle voci, delle piccole braccia che si muovono, che salutano. Piccoli bambini, fanno ciao con la mano, anche i più grandi, anche le mamme, tutti accorrono poi, per salutare il tuo passaggio, che seguono fino a quando si fanno piccoli, sempre di più, fino a sparire, sul filo dell’orizzonte. Sono piccoli villaggi, antiche etnie, che vivono qui, lungo il corso del fiume, sono bozo, fula, songhai, e anche tuareg. Vivono di pesca, di caccia, si spostano, dove la vita si fa un po’ meno difficile, dove si riesce a sopravvivere forse un po’ di più. Scenderemo a Niafunkè, un piccolo villaggio, staremo con loro qualche ora, con tanti bambini che corrono verso di noi e ci prendono per mano, la tengono stretta, tanto che non vorresti mai più lasciarla.
Ore e ore lungo il fiume, di sopra il cielo. Lo sguardo spazia e si perde nel nulla. Nella mente gli occhi che hai incontrato, che ti hanno guardato, che ti hanno fatto guardare dentro. Poi le immagini di mille sorrisi, le mani che hanno stretto la tua. E che senti ancora stringere. Sono giorni, questi, di introspezione, di confronto con te stesso, con il tuo mondo, con quello che conosci. E che non capisci, forse perché non ti piace. Forse perché quello che l’uomo ha costruito non è il mondo che vorresti, non è un mondo giusto…
Roberto Rossi







