Il tam tam è arrivato

l'Africa chiama


Il Mali, forse come pochi altri, è un paese per viaggiatori. Qui, un tempo, sorgeva uno tra i più grandi imperi dell’Africa, qui si racconta una delle più gloriose storie del continente...


L’Africa, là dove c’è una mano…

Conosco quest’associazione da un’amica, un pomeriggio, due chiacchiere mentre beviamo una birra in un bar. Il giorno dopo ero già al telefono con Fulvio, un piacentino che conduce un’attività in proprio a Podenzano. Lui è impegnato, da una decina d’anni, in un’attività di volontariato a favore del Mali, con l’Associazione Ali 2000, che ha sede a Piacenza. E da allora, sono là, nel Mali, regolarmente ogni anno, per seguire quei progetti che sostengono e finanziano, grazie alle iniziative e alle donazioni dei soci. Si tratta prevalentemente di progetti per la realizzazione di pozzi, opere che interessano il nord est del paese, in quella zona dove si ergono le vaste Falesie di Bandiagara, che corrono attraverso il Sahel, pezzo di terra oltre il quale si distendono le infinite dune del Sahara. E terra dei Dogon, uno dei popoli più affascinanti, per storia e cultura, di tutta l’Africa e, quindi, del mondo intero. Vivono su questa striscia di terra lunga 150 km. circa, che corre sopra e sotto le falesie, un costone di terra che raggiunge i 250 metri di altezza, un territorio noto, per l’appunto, come Pays Dogon, terra dei Dogon. L’idea mi ha subito affascinato, tanto che ho colto al volo l’invito di Fulvio e mi sono organizzato, con alcuni compagni di viaggio, per trascorrere un mese là, nell’Africa, la mia Africa. E conosceremo il Mali, lo vedremo svelarsi in tutto il suo fascino, impareremo a conoscerlo e a conoscere la sua gente, divideremo con loro le giornate e le notti, ci parleranno della loro storia, delle loro tradizioni, si apriranno a noi e ci apriranno confini sconosciuti. E ci trasporteranno nei loro racconti, che parlano di secoli di storia, lasciandoci estasiati, rapiti dall’immaginario delle loro storie, delle loro leggende. Rimarremo incantati da quella terra, da quella gente, ancora una volta, ancora là, dove c’è una mano, dov’è il tutto e il nulla, dove gli estremi si toccano, si fondono, per non distinguersi più. Ancora là, ancora una volta, ancora Africa.


Africa: dove tutto comincia, dove tutto finisce

Il tam tam è arrivato, ci siamo, l’Africa chiama. È regolare come una formula matematica, scientifica. Quale parte d’Africa poco importa, l’importante è che sia quella vera, quella nera. Quella dove vive il popolo che custodisce la storia del mondo. E con sé, la propria cultura, le proprie tradizioni, il proprio stile. Quella dove, ancora oggi, le bizze e le follie del “mondo civile” non hanno procurato gli effetti devastanti a noi ben noti. Quegli effetti che hanno snaturato gran parte dei popoli del mondo, che hanno appiattito le diversità. E che hanno cancellato, per logiche di ricchezza e di potere, millenni di storia umana. La mia Africa quest’anno si chiama Mali, uno tra i paesi più poveri al mondo, il quarto per mortalità infantile, con oltre il 25% di bambini che non raggiunge il quinto anno di età. Percentuale che cresce al 43, quasi un bambino su 2, triste primato di alcune zone di questo paese. Di contro è tra i primi per crescita demografica, con il 2,9 per cento all’anno, che vuol dire che ogni vent’anni il numero di maliani raddoppia. Rimane, tuttavia, molto bassa la popolazione, con i suoi 11 milioni circa di abitanti, per una superficie di oltre 1.240.000 kmq., la più vasta dell’Africa occidentale, una buona metà occupata dal deserto del Sahara. Il Mali, forse come pochi altri, è un paese per viaggiatori. Qui, un tempo, sorgeva uno tra i più grandi imperi dell’Africa, qui si racconta una delle più gloriose storie del continente. Ed è ancora qui che sorge una delle città più misteriose, il cui nome risuona come un luogo “fuori dal mondo”, come un punto della Terra dove tutto inizia e tutto finisce: Timbuctu. “Questa è la porta del deserto” ci dirà Kalil Baber, la nostra guida tuareg che ci accompagnerà nel mito della città di Bouctou, la donna che diede origine a questo luogo attorno al 1000 d.C.. Nel nostro itinerario toccheremo quei centri che hanno fatto e che fanno la storia del Mali. Lo attraverseremo scorrendo anche le acque del fiume Niger, navigandolo per 3 giorni a bordo di una “pinasse”, la tipica imbarcazione locale, dormendo qualche ora la notte, in una tenda a bordo del fiume. Partiremo dalla capitale Bamako, faremo tappa a Djennè con la sua grande moschea in fango, e a Mopti (tutte le città, o quasi, vanno lette con l’accento sulla lettera finale, alla francese). Faremo visita ad alcuni villaggi che incontreremo lungo il percorso, per arrivare a Timbuctu, dove entreremo nel mito (decaduto) della città, per proseguire alla volta di Bandiagara e dei Pays Dogon, la nostra meta, dove Ali 2000, l’associazione piacentina, opera da circa dieci anni per la costruzione di pozzi d’acqua potabile.
Incontreremo un’altra Africa, o sempre la stessa, capace di reinventarsi, per stupire, ogni volta, un po’ di più. Incontreremo un’umanità straordinaria, fatta di bambini, di donne e di uomini ricchi di una dignità sconfinata, così come sconfinate sono queste terre rosse, dannatamente ostili, ma con una terribile capacità di farsi amare. Luoghi dove ognuno di noi ha qualcosa di sé, dove il cielo incontra la terra, dove c’è la Vita, la Speranza. L’Africa, dove si respira il tempo, laddove tutto comincia, dove tutto finisce.


Fulvio Biondi: con Alì 2000 ho scoperto il vero Mali

Lo raggiungo nella sua bella casa a Podenzano, mi fa accomodare nell’ampia veranda e stappa una buona bottiglia di vino. “La mia prima volta in Mali – attacca Fulvio – è nel 2002 per un viaggio essenzialmente di piacere e curiosità”. Non è difficile farlo parlare, gli dai il là e lui parte “mi ero aggregato al gruppo fondatore di Alì 2000, del quale facevano parte alcuni amici che mi avevano incuriosito con i racconti delle loro esperienze”. Così ha conosciuto questo paese, questo popolo. “Mi hanno affascinato soprattutto i dogon – continua - un’etnia che vive soprattutto a ridosso della Falesia di Bandiagara, e penso proprio sia stato l’incontro con questa gente che ha cambiato il mio modo di viaggiare e di vivere quella terra, trasformando le motivazioni principali del primo viaggio, in quelle che mi hanno spinto a continuare a tornare laggiù, da allora, ancora oggi”. Parla della solidarietà, della volontà di portare il proprio contributo a quella gente, dato dal profondo senso di rispetto che nutre per quel popolo. “Il Sahel è un'Africa senz'altro dura e difficile – riprende a ruota libera - ma assolutamente strabiliante, bellissima, capace di sensazioni così forti che ti portano a voler tornare e che ti impediscono di dimenticare… il mal d'Africa non è un modo di dire, ma è una grande realtà, e tutti quelli che vanno là, lo imparano molto presto!”.
Non mi deve convincere, ne sono assai cosciente, che l’Africa, quell’Africa, è proprio così, ti prende e ti entra dentro, per accorgerti che era lì da sempre, dentro di te.

Gli chiedo di Alì 2000, come nasce, mi dice che sul sito www.ali2000.it è ben descritta la sua storia che “ha origine – parla indicandomi la cartina del Mali – qui, in un villaggio dei Pays Dogon, una terra di straordinaria bellezza, una terra di povertà assoluta…”. Si prende una breve pausa, si alza per prendere alcune foto che mi mostra “vedi – mi dice – sono bambini così, piccoli ed esposti a tutte le malattie, da quelle gravi alle più comuni, come un’influenza, una dissenteria, banali malanni che da noi curi con una semplice pastiglia, ma che là sono spesso cause di morte”. E mi racconta di Alì, un bambino che moriva in un villaggio dogon, mentre si trovavano in visita alcuni viaggiatori. Alì cessava di vivere per la mancanza di una semplice flebo, di un qualunque elementare intervento medico, moriva per una stupida dissenteria. Quel gruppo di italiani, in visita al villaggio, decisero così di ridare vita ad Alì, era l’anno 2000, così nacque l’Associazione Alì 2000.

“Alì 200 si è occupata, in passato, di progetti molto diversificati – mi spiega Fulvio - dalla scolarizzazione alla sanità, dall’incentivazione della piccola imprenditoria locale ad altre situazioni, ma ora ha scelto di destinare tutte le proprie risorse all'acqua, con la costruzione di pozzi idrici nelle zone più disagiate della Repubblica del Mali, uno dei paesi più poveri al mondo”.
Ricorderò queste parole quando incontrerò Loriana Dembelè, console del Mali, che raggiungerò in capitale a Bamako, una delle tante grigie mattine, e che mi dirà che quello è il secondo paese più povero al mondo e che l’acqua è la prima necessità, l’assoluta priorità, “l’acqua è vita”, mi dirà Loriana.
La chiacchierata scorre piacevole ed intensa, il mio interlocutore parla con il trasporto che si usa quando si parla di un sentimento, di un amore, di una passione. “L'associazione ha bisogno di volontari per sopravvivere – continua senza bisogno di incalzarlo - lo statuto di Alì 2000 prevede l'impossibilità totale di qualsiasi emolumento o rimborso spese per i volontari che partecipano all'attività operativa ed organizzativa e, partendo da questo presupposto, ci siamo dati un organigramma semplice e funzionale, con un consiglio direttivo che, ciclicamente, viene rieletto dai soci e che traccia le linee guida dell'associazione, in accordo con i soci medesimi”.
Riporto il tema sul Mali in quanto paese che parla di miseria, di fame e di sete, così Fulvio coglie l’invito. “Se la costruzione di un sempre maggior numero di pozzi è la priorità che ci siamo posti, l'obiettivo principale è riuscirci nelle zone più decentrate, più povere e bisognose, identificando, in quanto tale, principalmente il Senò Gondo, una zona che, purtroppo, risponde a questi requisiti”. Mi dice che si trova nella parte occidentale del Mali, che si tratta di un’area semidesertica ma popolata, lontana da qualsiasi rotta commerciale e turistica, con enormi problemi idrici, sanitari e di scolarizzazione. “Una regione di 100mila km. quadrati, nel Sahel più povero – mi precisa - abitata da dogon emigrati alla ricerca di qualche terra da coltivare, che vivono al limite della sopravvivenza, dove nessuna organizzazione internazionale ha mai operato, ed è proprio là, con la messa in opera dei primi pozzi, che il sogno di Alì 2000 si è trasformato in realtà”.

È sempre molto composto Fulvio, anche nell’esternare certe sensazioni che, tuttavia, vengono tradite dall’espressione del viso che si fa un po’ più emozionato. Diventa evidente che la sua mente ripercorre momenti indimenticabili, attimi che lo hanno segnato nel cuore e che hanno lasciato tracce indelebili nell’anima.

…Ogni giorno vissuto là è un ricordo indelebile

“Anche tu vivi l’Africa – mi dice Fulvio rivolgendosi me, guardandomi negli occhi - sai bene quindi cosa intendo… sai che ogni giorno trascorso là rappresenta un ricordo indelebile; il Mali è quell’Africa vera, quella di un popolo unico al mondo”. Si, è così, so perfettamente cosa vuole dire, ed è forse qualcosa difficile da spiegare, o impossibile da spiegare del tutto. “La vita a quelle latitudini – riprende - è talmente differente dalla nostra che sono migliaia le cose che ci colpiscono e stupiscono; da parte mia i ricordi sono tantissimi, gli aneddoti pure, dalla volta in cui rimasi da solo senz'acqua e con la moto in panne, trovando ospitalità in un villaggio immerso nel nulla totale, e che, senza averne mai capito la ragione, mi diede, quel luogo e quel momento, un’energia speciale per continuare il viaggio”. Lo rivive, quel momento, nella mimica, nelle gesta, quelle sensazioni, quei sapori, quei suoni, quelle voci sono ancora dentro di lui, forse, per non andarsene mai più.
“Il mio battesimo con nome maliano, che è Amadou Bolì, è una tra le esperienze che ricordo con maggiore gioia - racconta ora come un fiume in piena - un nome al quale tengo moltissimo, che uso abitualmente in Africa e che mi ha dato il capo villaggio di Sadya Peul, poche capanne di gente straordinaria; Amadou è il nome che si dà normalmente al figlio primogenito, mentre Bolì significa corridore, dato forse dal fatto che in visita ai pozzi, per verificarne l’avanzamento dei lavori, andavo quasi sempre in motocicletta”. Mi racconta divertito della celebrazione, che si svolse appunto nel villaggio di Sadya Peul, di cui ora è cittadino onorario, ricordando il regalo annesso alla conclamazione, un montone dalle lunghissime corna. “E che dire delle feste al nostro arrivo – la voce si fa più flebile, l’emozione adesso non si cela - nei villaggi più sperduti , dove per gli abitanti il solo fatto di vedere un bianco è una rarità così grande che deve essere festeggiata con musica e danze lunghe tutta la notte?”
Sensazioni forti, forse irripetibili altrove “ma… c'est l'Afrique…” conclude allargando le braccia, come per accogliere e stringere a sè tutto l’amore per quella terra, per quella gente.
A presto Fulvio, lo saluto, uscendo.
Lo lascio alle spalle, giungo al cancello e lo sento salutarmi, mi giro e lo vedo sventolarmi la mano, così come ho visto tante e tante volte fare là, in Africa, dai bambini, dalle donne, dagli uomini che ti salutano proprio così, al tuo passaggio, con il sorriso, con la gioia negli occhi.
Lo saluto di nuovo e sventolo la mano “ciao Amadou Bolì, a presto”.

Roberto Rossi
tradotta:foto simbolo mostra sul Mali Tutti i Colori del Nero
foto simbolo mostra sul Mali Tutti i Colori del Nero

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