la storia di un glorioso passato
con Loriana Dembelè
È una mattina leggermente piovosa, l’appuntamento è per le 10, presso la sede del consolato. È una vecchia casa che si erge in prossimità del Niger...
Loriana Dembelè, console del Mali
È una mattina leggermente piovosa, l’appuntamento è per le 10, presso la sede del consolato. È una vecchia casa che si erge in prossimità del Niger, dove a breve sorgerà un nuovo ponte, opera della cooperazione, mi pare, giapponese. Saliamo a bordo del primo taxi che incrociamo appena fuori dall’albergo, comunichiamo al giovane driver la nostra destinazione ma, come al solito, non ne conosce l’ubicazione. Capiterà spesso, pertanto impareremo a salire sul taxi non prima di esserci documentati circa la strada che dovremo percorrere.
Giungiamo a destinazione, l’attesa è molto breve, la consola viene ad accoglierci e con una energica stretta di mano ci chiede di seguirla. È una bella signora sui 65 anni, ci fa accomodare su sedute in legno grezzo, dentro una stanza “maliana”, essenziale ma con diversi piccoli oggetti e tappeti e arazzi di tradizione locale. “Da circa 40 anni sono qui – esordisce – ma la mia origine è evidente, non è vero?”. Mi pareva, in effetti, di essere ancora a casa di amici, passati a salutare un paio di settimane prima, a Colle Val d’Elsa. “Sono toscana – riprende - non solo, pure senese, cioè tosta, convinta, decisa, e come no, certamente testarda”. S’intuisce immediatamente, un bel caratterino, Loriana. “Diamoci subito del tu – continua – superiamo le formalità”, in ogni occasione si evince la praticità, la concretezza, la schiettezza di questa signora, che nella semplicità trova la forza e la ragione delle cose. Ed è così anche nell’aspetto, nessuna particolare ricercatezza, ma un fascino che non ha bisogno di indossare, che è di suo. E ci conquista subito.
“Perché ho vissuto la mia vita nel Mali? Per la cosa più bella che c’è – ci racconta Loriana - per amore, quello che mi ha legato a mio marito, un maliano doc, che ho conosciuto studente a Firenze e che ho sposato, contro tutto e contro tutti”. Ne parla con orgoglio, fiera della sua storia, fiera di quell’uomo, quello al quale ha promesso, in punto di morte, che “si, continuo quello che abbiamo voluto insieme, che abbiamo iniziato e per il quale abbiamo lavorato e lottato”. Erano altri tempi, ci spiega Loriana, tempi durante i quali era normale dire “ma che fai? Non lo vedi che è negro? Non sai che problemi ci sono là?…” e tant’altro.
Già, proprio così… solo in seguito impareremo che sono neri, solo di recente non guarderemo i matrimoni cosiddetti misti (utilizzando ancora però un termine orribile, come fosse un gelato) con occhi tra lo stupore e l’incredulo. “Ci siamo conosciuti nel ’63 e sposati nel ’68 – prosegue Loriana – e ho avuto la mia famiglia contro, ma non solo… dopo qualche anno, una volta conseguita la laurea, siamo andati nel Mali, dove mio marito voleva vivere, perché là, diceva, c’è bisogno di gente come noi, perché è un popolo che soffre e che muore, ed è la mia gente, il mio popolo”. Loriana è intensa, le sue parole riempiono la stanza come fossero immagini che appaiono chiare, come fosse il racconto proiettato su uno schermo, e incalza “me lo disse subito mio marito, lui era lì per studiare, per imparare, per poi tornare ed insegnare ai suoi bambini, quelli del suo paese, quelli, diceva, che faranno grande il Mali, che aiuteranno l’Africa ad uscire dalla fame, dalla sete, dalla miseria, dalla dipendenza”.
Lei lo ha sposato, lo ha seguito. Insieme hanno iniziato un percorso, lei laureata in lettere, lui in storia dell’arte. In entrambe la chiara convinzione che è da lì, dalle scuole, dall’istruzione, dalla cultura che si cresce un paese. Come negarlo? “Appena arrivata nel Mali, quella discriminazione in precedenza nei confronti di mio marito, è toccata a me, beh certo… ero io ad essere bianca!” Loriana sorride mentre parla, è un fiume di parole, ed ogni cosa riporta a quel paese, al marito, all’uomo che ha perso troppo presto “solo vent’anni è durata la nostra storia, nell’’83 una leucemia se lo è portato via in 20 giorni – riprende – o forse no, la nostra storia non è mai finita, ho promesso a lui che avrei continuato nella nostra piccola missione, per questo ho deciso di rimanere là, nel Mali, nel suo, ma anche, nel mio paese, perché come sono orgogliosa di essere italiana, sono orgogliosa di sentirmi maliana”.
Il Mali, il secondo paese più povero al mondo
Loriana è nominata console nel 1980 “il prossimo saranno trent’anni di consolato, di lavoro, di sacrifici, di problemi, trent’anni fatti di momenti molto difficili, ma anche molto belli” ne parla senza atteggiarsi, senza alcun vanto, con umiltà, normalità, non cerca lodi.
“Ho conosciuto tanta gente, tanta solidarietà, tanta generosità – ci dice mostrandoci foto – da parte soprattutto di gente comune, di organizzazioni di volontariato, ma anche di enti pubblici, che ci aiutano, con donazioni, con interventi di edilizia, con la perforazione di pozzi d’acqua, e l’acqua è vita”. E si sofferma qui, su immagini che riproducono lavori di perforazione per la posa di pozzi, altre che riprendono donne e bambini mentre stanno recuperando l’acqua, con il secchio calato giù con una carrucola. Qui nel Mali sono quasi tutti di questo tipo i pozzi, nessun sistema di pompe, ma semplici buchi nella terra dentro i quali si fanno scendere secchi o otri di pelle per recuperare l’acqua. Semplici si fa per dire poiché, al di là dell’apparenza, questi scavi vengono fatti in gran parte con martelli e piccozze, data la rocciosità del terreno che non consente l’aiuto dei macchinari. “È l’emergenza prima quella dell’acqua – continua Loriana – sappiate che il Mali è il secondo paese più povero al mondo e che la mortalità infantile è nella media del 25%, un bambino su quattro sotto i 5 anni muore, mentre in alcune zone è addirittura il 43%, quasi uno su due, dovuta soprattutto alle infezioni all’intestino perché bevono l’acqua dalle pozzanghere”.
Gli parlo di Fulvio Biondi, dell’Associazione Ali 2000, quella per la quale sono lì, a documentare l’attività che svolge a favore del Mali “ci siamo conosciuti – ci dice - li ho incontrati, abbiamo all’inizio collaborato, ora si muovono bene anche in autonomia, sanno ciò che è necessario sapere, fanno ciò che è bene fare”. Ali 2000 è qui, ormai, da dieci anni, facendo lavorare aziende del luogo con personale maliano, responsabilizzando gente del posto per una serie di attività, dai controlli alle verifiche dell’avanzamento dei lavori, ma anche per l’individuazione dei luoghi dove intervenire. “Il maliano è un popolo fortemente dignitoso – spiega Loriana – la sua storia parla di grande povertà, ma sono grandi lavoratori, fieri della loro terra; il postcolonialismo ha insegnato loro un sistema sociale che funziona, quello del socialismo filosovietico, dove la distribuzione dei beni è equa, dove l’apporto di ognuno è fondamentale, vale il medico quanto chi lavora la terra, la disparità sociale non esiste, o meglio, non ancora…”.
Potrà piacere o meno, la si potrà pensare anche al contrario, ma i fatti sono evidenti, sotto gli occhi di chi attraversa questo paese, il secondo paese più povero al mondo. E il suo fascino, la grandezza di questa gente sta proprio qui, nel vivere una povertà tra le più grandi del mondo, in piena dignità, consapevoli che tanto dipende da loro, dal loro lavoro, dalla loro volontà, dalla fiducia nei propri mezzi, nelle proprie capacità. E hanno volontà e capacità da vendere, questa è la loro marcia in più.
Salutiamo Loriana con un grande grazie dentro un forte abbraccio “grazie a voi – ci dice con un sorriso sincero che sa di arrivederci - a quello che state facendo e a tutti coloro che vogliono bene al Mali”.
E all’Africa tutta, aggiungo io.
Mali: la storia di un glorioso passato
Una delle più autorevoli guide descrive il Mali come “il gioiello sulla corona dell’Africa occidentale”. Niente di più vero. Questo è un paese che racchiude in sé tutti gli ingredienti per un’esperienza unica, capace di stupire anche il viaggiatore che ha raccontato, nel proprio taccuino, tutte le capitali del mondo. Il Mali è al centro di un territorio che parla di un passato glorioso, che narra di uno dei più grandi imperi dell’Africa.
Nel nostro itinerario, disegnato e studiato con il supporto di un estimatore e forte conoscitore di quella terra, Fulvio Biondi, toccheremo quelle città che hanno fatto grande la storia di questi popoli e dormiremo anche in tenda lungo il corso del grande fiume Niger, per coglierne tutti i suoi respiri, quelli di una natura che convive in piena armonia con l’uomo, come in pochi altri luoghi al mondo. Una natura che si tinge di ogni colore, come fosse riconoscente del bene ricevuto, come volesse regalare momenti di gioia, visioni di beltà.
Guardando la cartina si nota quanto, il Mali, sia suggestivo già nei suoi confini. Tocca, con tutte le curvature, da ovest a est il Senegal, il Gambia, la Guinea, la Costa d’Avorio, il Burkina Faso, per poi salire a nord con tratti dritti e precisi, come tirati con un righello, dovuti dal deserto del Sahara, che divide con il Niger, l’Algeria e la Mauritania. Il deserto e il grande fiume, sono questi i protagonisti e gli elementi che hanno determinato la storia e la ricchezza di questa terra. E che hanno tracciato il profilo di un popolo ricco di culture e di tradizioni, dai nomadi tuareg alle comunità bozo, dai fula ai dogon, tutti accomunati da una profonda fede animista, che non è stata intaccata nemmeno dall’invasione musulmana, che è oggi quasi il 90% della popolazione, mentre solo il 2% è cristiana.
Sarà però l’amico e guida dogon Mabò a spiegarci che quelli sono mutamenti avvenuti nella società solo con l’arrivo di altre culture, di altre genti, ma che il popolo maliano è interamente animista, al 100%. Andrà oltre Mabò, cercando di convincerci che l’intero popolo del mondo è animista, parlandoci del rapporto che i nostri antenati avevano con gli elementi della natura, con i simboli, gli animali e lo ascolteremo con tanto interesse, perdendoci qualche passaggio, laddove il bambarà, la lingua locale, ha la meglio sul francese.
Una povertà combattuta con dignità
Senz’altro il sistema sociale che regola il Mali del dopo colonialismo è tra i modelli dell’Africa occidentale. La realtà, comunque, è quella della quasi totalità dell’Africa. Una realtà che non ha mai smesso di parlare di fame, di sete, di malattie, di miseria, di morte. Grande merito, tuttavia, va riconosciuto a questo popolo, capace di vivere in pace e stabilità grazie ad un sistema democratico, forte di un passato che ha insegnato, in una filosofia socialista filosovietica, il valore del lavoro e dell’equità. Non manca, pare superfluo sottolinearlo, una diffusa corruzione, tale da garantire grandissime ricchezze a pochissimi, ma questo, si sa, non fa più notizia da nessuna parte del pianeta. Purtroppo questa perfida pratica, laddove può comportare minore potere d’acquisto per la quasi totale comunità, da queste parti provoca, più semplicemente, la morte. Ed ecco che, a fianco del plauso che la comunità internazionale ha voluto riconoscere a questo paese, in quanto pacifico e stabile, sul rovescio della medaglia c’è ben stampato che si tratta di un popolo che vanta il primato di 2° più povero al mondo. Qui la malnutrizione è a livelli altissimi, l’analfabetismo supera l’80%, la mortalità infantile è del 25%, per raggiungere, in alcune zone, il 43%. E alla fine si cade sempre là, su questo generoso, sensibile, amabile mondo occidentale che, in quanto ricco, per dare un senso a questi galattici incontri del G8, sconta al Mali, dal debito acquisito, “ben” 40 miliardi di dollari. Peccato che, come ricorda Sergio Marelli, presidente della rete delle ONG italiane, il suo debito ammonti a oltre mille, cosicchè il suo governo svuoterà le casse per rincorrere, inutilmente, il risanamento di un debito che piegherà per sempre le schiene del suo popolo.
La salvezza nelle tradizioni, nella cultura, nella musica
Come in gran parte dell’Africa, anche nel Mali si sta lottando per conservare i propri costumi, le tradizioni e lo stile di vita che è vitale patrimonio di una civiltà. Questo, tuttavia, pur non chiudendosi all’avvento della cultura moderna, denunciando quelli che sono i tratti caratteriali della sua gente. Aperti e tolleranti, fortemente predisposti ai contatti umani e alle relazioni personali, i maliani, pur coscienti delle gravi condizioni nelle quali versano, rimangono un popolo assai ottimista. Amano ballare, condividere i momenti di festa, divertirsi e gioire che è il loro modo per esorcizzare lo stato di miseria nelle quali versano, ma anche per dare risposta a quella elementare consapevolezza che la vita è un valore assoluto, che và onorato e celebrato. Tutto questo è racchiuso nelle loro danze, nei riti, nella musica. E nei loro occhi, nei loro sorrisi, nelle mani che stringono le tue, come un fratello, un amico.
È la forza di una fede che muove il mondo, la fede per la vita, che porta a lottare, a crederci. Ed è così, che ti dicono, che la vita va vissuta, sempre, fino in fondo, comunque essa sia. Perché è il bene più grande al mondo, questo ti vogliono dire, loro, bambini, donne e uomini, poverissimi di materia, ma grandi nell’animo.
Roberto Rossi





