Pays Dogon e la malaria
tutto il fascino e il mistero dell'Africa
“Maintenant tu est plus african” mi dice sorridendo Patrick, il giovane dottore che mi ha appena diagnosticato il paludism...
Pays Dogon, tutto il fascino dell’Africa
“Maintenant tu est plus african” mi dice sorridendo Patrick, il giovane dottore che mi ha appena diagnosticato il paludism, la malaria. Tra viaggi di piacere, ricerca e documentazione erano ormai quasi trent’anni che scampavo a questo tipico malanno africano. E così adesso diventavo un po’ più africano, come mi diceva il divertito Patrick. Febbre, dissenteria, nausea mi accompagneranno per qualche giorno, ma l’efficacia delle 14 pastiglie giornaliere prescrittemi, riduceva al minimo la mia degenza. Cosicché, dopo soli 3 giorni dall’esame della goccia spessa che sentenziava quanto non avrei mai voluto sentire, ero di nuovo in giro per i Pays Dogon, più incosciente che guarito. Il sole in quei giorni picchiava forte, tanto quanto era forte il richiamo di quei paesi.
L’arrivo a Bandiagara era atteso da troppo tempo, l’eccitazione di quei luoghi superava i postumi lasciati dalla malaria. Spossatezza e debolezza erano colmati dall’entusiasmo, gli itinerari programmati non potevano essere disattesi per colpa di una semplice febbriciattola…
La visita a quei villaggi dove Ali 2000 porta l’acqua era il life motiv della nostra venuta nel Mali. La conoscenza dell’intero territorio maliano era necessaria per capire il contesto dentro il quale l’associazione piacentina andava a portare aiuti ed assistenza. E i 15 giorni precedenti erano stati dedicati a questo scopo. Ora però eravamo lì, dove, da oltre 10 anni, Fulvio con un gruppo di amici dedicava il suo tempo libero, dove nasceva Ali 2000, dove erano stati perforati una trentina di pozzi d’acqua potabile. E dove altri ancora sono in costruzione. Fulvio e gli amici volontari di Ali 2000 erano ben noti da quelle parti, ed era ben noto tutto il lavoro laggiù svolto, tutti gli interventi a favore di quel popolo. Un popolo fatto di gente ospitale, straordinaria nella loro povertà, forte di una dignità superlativa. Lì, ai piedi delle falesie, conosceremo Maria, una ragazza vicentina che opera nel Crmt, il centro ospedaliero che andrò, prima a visitare, poi a farmi visitare, e dove Patrick mi onorerà del riconoscimento di mezzo africano. Lì conosceremo Mabò, la nostra guida. Lì conosceremo Amadou, il bizzarro referente di Ali 2000, e un altro Amadou, l’amico fraterno di Mabò, colui che mi farà da interprete e sarà grande conforto nella mia giornata di degenza presso il Crmt. Nei Pays Dogon trascorreremo gli ultimi dieci giorni, esplorando una terra fantastica, vivendo insieme ad un popolo straordinario.
CRMT Centro Regionale di Medicina Tradizionale
Tutto risale alla carestia che nel ’76 piegò questo paese, in seguito alla quale la cooperazione internazionale italiana inviò un programma d’emergenza. Ne prese parte un medico, Piero Coppo, che diede inizio ad un lavoro di ricerca sulla medicina tradizionale. Ne nacque un progetto finanziato dal Ministero degli Esteri Italiano, in convenzione con il Ministero della Salute del Mali, che prevedeva uno studio per l’integrazione delle nostre conoscenze in campo medico, con la pratica della loro medicina. Alla tecnica prettamente tribale dei guaritori locali, veniva così affiancato l’utilizzo di cure di cultura occidentale e di medicinali, fino a quel momento non concepiti. Si andava pertanto a formare una tecnica mista che consentiva, in tal modo, una maggiore efficacia agli interventi precedentemente praticati. Un modo, intelligente e non invasivo, che ha permesso di salvare vite umane, senza delegittimare l’operato dei guaritori. Tutto questo ci viene illustrato, con grande trasporto, da Maria Stocchiero, una ragazza di Vicenza con laurea in psicoterapia, giunta al termine della sua esperienza in terra maliana. “Qui, in questa struttura creata apposta per questo progetto, ho trascorso 3 anni – ci racconta – con risultati incredibili, lavorando ogni giorno al fianco di questa gente, straordinaria, che mi mancherà tantissimo”. Si emoziona mentre ne parla, è evidente il sentimento che la lega a questi luoghi. Ha imparato ad amare quella gente, quel popolo così povero, così dignitoso “la prima volta che sono arrivata qui – ci dice - ho vissuto una strana sensazione, come di appartenenza, mi sono subito sentita una di loro, non so spiegare…”. Non ce n’è bisogno Maria, nessuna spiegazione, sapessi quanto mi sia tutto così chiaro…
Bandiagara: capoluogo dei Pays Dogon
La tappa ultima è qui, ai piedi della maestosa falesia, un costone roccioso che attraversa il Sahel per circa 150 km. e che si erge fino a 250 mt. di altitudine. E proprio lì, sopra e sotto, vive l’affascinante popolo dei dogon. È gente, questa, legata ancora fortemente ad una cultura tribale, dove il tempo è scandito secondo antichissime tradizioni, fatte di arte e di architetture uniche al mondo. Entreremo nei villaggi, impareremo a conoscere la loro storia, la loro quotidianità, fatta di lavoro e di sacrifici, fatta di stenti, quelli della sete, della fame, della malattia.
Con Mabò, riconosciuto come la migliore guida dogon, organizziamo le giornate. Prima regola, imprescindibile, è che i Pays Dogon vanno visitati a piedi, per un programma che prevede 5 giorni di trekking, ogni giorno 5/6 ore di camminata, su e giù per la falesia, arrampicandosi anche con le mani. Le tappe del primo giorno sono Kani Bonzon, il villaggio gemellato con il comune di Podenzano, poi Kani Kombolè e Bankass, per visitare i villaggi di Guarì e di Gani Da, per giungere a Nampanà, dove Ali 2000 ha un pozzo in costruzione, mentre quelli di Tounkanà e di Darsalam, che incontreremo a poca distanza, sono ormai terminati. Ultima tappa, dopo una bella scarpinata sotto un sole cocente, è Barikalà, dove Ali 2000 ha un altro pozzo in costruzione.
…dentro ad una favola
La prima notte in campement è straordinaria. Si tratta di una struttura in banko, come tutte quelle di questi villaggi, fango e paglia, che ospitano spartane stanze, con a terra un materasso e nient’altro. Decideremo, tuttavia, di trascorrere la notte sulla terrasse, alternativa prevista alle camere, anche qui un materasso a terra, coperto da una zanzariera, ma da soffitta un cielo infinitamente stellato. I campement sono le tipiche strutture ricettive dei Pays Dogon, che richiedono, per essere apprezzate appieno, due peculiarità: una discreta capacità di adattamento e tanta poesia. Con questi due ingredienti la notte diventa fiabesca, come vivere dentro una favola! E sarà proprio così, ogni notte in terrasse è la pagina di un racconto fantastico. Nei giorni successivi le tappe saranno quelle di Begnimatò, di Yaba-Talù, di Doundourù. Poi Yawa e Douroù, dove ci fermeremo una notte. Qui entreremo in un togonà, struttura normalmente tonda e bassa, aperta ai lati, riservata agli uomini, dove si riuniscono e trascorrono lungo tempo, tra chiacchiere e fumo. Parteciperemo alla schiacciatura del miglio, il cereale qui più diffuso, creando l’ilarità delle donne, alle quali è riservato questo lavoro. Si tratta di un lavoro tutt’altro che leggero, poiché consiste nel battere ripetutamente, centinaia di volte, con un grosso bastone, dentro un recipiente in legno contenente il miglio, che una volta frantumato, verrà usato per la preparazione di una specie di polenta. Poi sarà la volta di Sangà, Bananì, Irelì e Amanì, che ospita una pozza con coccodrilli che i dogon considerano sacri. Qui conosceremo Amadou e Issa, due bambini di 8 o 9 anni che ci accompagneranno alla pozza e che al ripetuto richiamo di “bà bà bà”, faranno arrivare due coccodrilli, li lasceranno avvicinare e, giunti a pochi metri, lanceranno un uccello trovato morto qualche minuto prima.
Con Mabò trascorreremo le giornate davanti a visioni fantastiche, passeremo ore ed ore ad ascoltarlo, come quella notte che ci parlerà della cultura dogon, della fede, delle loro tradizioni. Gli dirò d’aver letto da qualche parte dell’alta percentuale di musulmani nel Mali, e sarà un viatico che pareva attendere con ansia. “Siamo al 90% musulmani, al 2% cristiani, e siamo animisti – ci dirà con forte convinzione – perché prima di tutto siamo animisti, secondo la nostra cultura tutto è legato agli elementi naturali, come l’aria, la terra, il fuoco, la luna, il sole, l’acqua, che sono l’origine di ogni cosa”. Un fiume di parole, inarrestabile, che nessuno di noi intende fermare. Ci vorrà spiegare che l’intero popolo del mondo, pur non avendone coscienza, è in realtà animista, perché sta nella legge della natura, ancor prima della fede, l’origine di ogni cosa. Credono nei simboli e nei feticci, crani di animali come oggetti sacri posti su cupole di fango, messe a proteggere il villaggio da pericoli e malvagità. Fossi rimasto qualche giorno di più con Mabò, probabilmente sarei ora un attivista di quella cultura, avrei iniziato a piazzare qua e là feticci vari, rivolgerei gli occhi al cielo, e come loro, mi appellerei a Sirio, stella del buon auspicio.
Le giornate si susseguono sempre senza pause, ogni villaggio ha in serbo aspetti sorprendenti. Assisteremo a danze tribali, con le musiche che accompagnano il movimento dei corpi, i colori delle vesti, le maschere che raccontano leggende antiche. Come in tutta l’Africa, anche qui la vita ha un valore assoluto e le danze, le feste, sono riti importanti per questo popolo, è un modo per celebrare la vita. Ci arrampicheremo sulla falesia per visitare Telì, straordinario nelle sue costruzioni arroccate sul pendìo roccioso. Antiche di mille anni, furono abitate dai tellem o pigmei, un’antica etnìa che li vogliono piccoli e dalla pelle rossa, ora estinti, anche se i dogon sostengono vivere ancora nelle pianure a est. Sono piccole e basse costruzioni, poiché si racconta che il più alto dei tellem non superasse il metro e dieci di statura, e sorgono a ridosso della falesia, su una parete a strapiombo, raggiungibile solo arrampicandosi con l’aiuto delle mani. Impossibile concepire lassopra una qualunque costruzione, seppur piccola, tanto meno un villaggio. Tra le tante leggende alcune raccontano dei tellem capaci di volare, altri dotati di magici poteri, mentre un’altra teoria sostiene che, a quei tempi, un clima più umido avesse favorito sulla scarpata la crescita di piante rampicanti, utilizzate dai tellem per raggiungere quei luoghi impervi e crearvi le loro abitazioni. Per diversi secoli anche i dogon vissero all’interno di queste strutture, fino a quando, verso la fine del 1800, scesero a valle e costruirono l’attuale villaggio. A Telì conosceremo il capo hogon, il capo villaggio, al quale Mabò porterà in dono, come prassi, alcune noci di cola, alimento molto diffuso nel Mali, in segno di referenza.
Faremo conoscenza, a Endè, di Seydou, ex sindaco del villaggio e collaboratore di Ali 2000. Con lui andremo a visitare il pozzo costruito dall’associazione già diversi anni fa, al quale hanno collaborato da volontari, come capita ogni volta, tutta la gente del villaggio. “Perché è giusto così – ci dirà Seydou dopo averci ospitati nel suo campement – che tutti diano il loro contributo, cosa per noi comunque normale, il popolo dogon vive molto unito, in una sorta di grande cooperativa”. Già, da queste parti hanno ancora chiaro e preciso il valore della cooperazione, praticata in modo naturale, spontaneo. A Endè conosceremo anche la figlia di Seydou, impegnata all’angolo di una via, nella preparazione di piccole frittelle che venderà a qualche safà. Lei si chiama Saly ed è come la figlioccia di Ali 2000, tenuta tra le braccia di Fulvio al momento della nascita.
Giorni intensi, pieni di emozioni, a scambiarci sorrisi e abbracci con ognuno di loro, come fossero vecchi compagni di giochi, amici d’infanzia. Questi villaggi sono carichi di un’atmosfera particolare, le ore scorrono serene, parole e risa escono leggere, e nel silenzio si comunicano i pensieri. Lunghi silenzi che diventano altre parole, che accomunano, che avvicinano ancor più, che stringono legami, veri, forse indissolubili.
Nei Pays Dogon troveremo qualcosa di molto nostro, di molto intimo, troveremo una dimensione dentro la quale ci troveremo bene, forse, come non mai. Faremo ritorno alle nostre case, ai nostri affetti, alla nostra vita, alla nostra quotidianità. E come ogni volta, dopo ogni Africa, sentirò crescere quel seme dentro di me, sempre un po’ di più. Un seme che cresce al ritmo di quei suoni, dei canti di quella gente. Un seme che si nutre di quell’aria, di quella terra d’Africa, un continente che è un enorme patrimonio d’umanità, di cultura, di festa, di pace. E nella pace, seduto a terra, alzo gli occhi, stendo il braccio e la trovo lì. Una mano che stringe la mia, come ogni volta, come sempre. Tra questa gente, su questa terra, sotto questo cielo. Qui, ancora una volta, ancora Africa, l’altra tua metà.
Roberto Rossi










