Timbuctů con Kalil

fascino e decadenza


Giungiamo a Timbuctů stremati. Di fame, di sonno, di caldo. I 3 giorni di pinasse hanno lasciato il segno, le notti trascorse in tenda lungo il Niger non hanno portato riposo...


Giungiamo a Timbuctù stremati. Di fame, di sonno, di caldo. I 3 giorni di pinasse hanno lasciato il segno, le notti trascorse in tenda lungo il Niger non hanno portato riposo. Sono poco più delle 2 del pomeriggio quando arriviamo a Korioumè, il porto di Timbuctù, che dista una quindicina di chilometri. Dovevamo trovare lì, ad attenderci, Hamoyè che avevamo lasciato a Moptì qualche giorno prima. Passeranno invece un paio d’ore prima di vederlo giungere, un paio d’ore lunghissime, interminabili. Il sole picchia dritto sulla testa, la stanchezza ha neutralizzato ogni energia, poi fame e sete. Le scorte d’acqua sono terminate in mattinata, il riso cucinato qualche ora prima era servito solo ad aumentarci l’appetito. Meglio non stava Hamoyè, lo si capisce appena lo vediamo arrivare. Il suo ritardo era dovuto al diluvio caduto il giorno precedente, che noi avevamo scampato, ma che invece a lui aveva comportato un cambio di programma. Uno snervante viaggio, attraverso strade divenute fiumi, buche enormi fattesi laghi. Oltre il solito sorriso gioioso, erano evidenti ore e ore di fuoristrada, su e giù lungo un percorso che più somigliava a montagne russe che ad una strada. Arrivava da Douentza, meno di 400 chilometri, una distanza che si può coprire, con queste strade, in circa 8 ore. “13 ore di jeep ci sono volute” ci dirà, tirando un lungo sospiro. In sua attesa, la visita al villaggio di Korioumè si è consumata in uno stato di parziale coscienza, con i soliti piccoli bimbi che si attaccano alle nostre mani per accompagnarci lungo le spoglie strade di un borgo che riuscivo a malapena a capire. Una breve sosta in una specie di campement, una struttura dove si mangia e si dorme, per bere un’aranciata in una specie di bar al suo interno, per scoprire tutto il senso di vuoto che emanava quel posto. O forse eravamo svuotati noi, tant’è che il ricordo è sfuocato, nebbioso. Come nebbioso è l’arrivo a Timbuctù. Con le ultime misere forze scendiamo i bagagli dalla Patrol, aiutati dal personale dell’hotel e dall’infaticabile Hamoyè. Solo il tempo di prendere visione della camera, dentro la quale scorgiamo con grande sollievo un climatizzatore, per trovarci catapultati in una tempesta di sabbia. Saliamo sulla terrazza e, al posto del cocente sole di pochi minuti prima, un vento fortissimo che solleva la sabbia del deserto che proprio lì inizia la sua immensa distesa. È verso nord, dove il Sahara prende il posto del Sahel, che il cielo si è fatto grigio scuro, dove la tempesta avanza. Non riesco più a tenere gli occhi aperti, polvere, terra, sabbia volano e pizzicano la pelle, lo scenario è quello di un altro mondo rispetto a quello di qualche minuto prima.

Timbuctù, dove finisce la civiltà
Ci sono alcuni luoghi al mondo che sono nell’immaginario di ognuno di noi. Che forse non sappiamo bene, o per niente, dove si trovino, in quale parte del pianeta, a quale latitudine. Che però abbiamo memorizzato, pare da sempre, chissà per quale strana logica mentale, per quale combinazione chimica cerebrale. Sono nomi di località che ricorrono, come fossero mete delle nostre vacanze o paesi della nostra infanzia. Eppure non li abbiamo mai visti, manco sulla cartina, manco sul mappamondo. Timbuctù è uno di questi. Timbuctù non fa parte certo delle tappe normalmente proposte dai tour operator o dall’agenzia di viaggio di fiducia. Timbuctù non sarà stata tra le mete consigliate da amici, nemmeno avremo parlato di lei con frequenza. Tuttavia il suo nome risuona, come una musica spesso sentita, nella nostra memoria. Ma forse una ragione c’è. Nel disegno della grande giustizia, superiore a quella dell’uomo, certe regole si sono imposte, senza forza, con estrema naturalezza. Ed è così che la storia di grandi popoli, di paesi, di persone, giungono a noi e diventano parte di noi, così, inspiegabilmente. Forse è questa la ragione che spiega il fenomeno chiamato Timbuctù, per secoli emblema del mistero di questo continente. Una storia ricca, carica di magia, di leggende, Timbuctù è stata l’agognata meta di grandi viaggiatori, richiamati qui dal fascino di un luogo ai confini della terra.
Hamoyè, il nostro driver, ci presenta Kalil, un ragazzo tuareg che ci farà da guida in visita alla città. Kalil ha 28 anni e vive qui, in città, per circa otto o nove mesi all’anno, quelli di maggiore turismo. “Sono sempre meno i turisti che vengono qui – ci dice Kalil – in particolare sono calati i francesi, mentre sono cresciuti un po’ gli spagnoli e gli italiani”. Lui, alcuni mesi, li trascorre nel deserto “perché quella è la mia casa – precisa – là sono nato, là vive la mia famiglia, qui vengo per lavorare, ormai da una decina d’anni”. È un bel tipo Kalil, forte personalità, un bell’aspetto, quel carisma che gli consente di procurare clienti anche per altri suoi amici colleghi, quando lui è già impegnato.
Le conoscenze che ha acquisito, la fiducia che si è guadagnato, gli permettono di svolgere un’attività al servizio del viaggiatore a 360°.
Sulla terrazza dell’Hotel Hendrina Khan ci raggiunge la mattina seguente per iniziare la visita. La notte non è stata sufficiente per recuperare le energie disperse nei giorni precedenti, ma la voglia di scoprire questa mitica città è grande, la carica emotiva lavora su quella fisica e la vince. Dopo la bufera della sera precedente, durata solo qualche ora, ma sufficiente per portare sabbia ovunque, ora splende il sole, mentre una luce chiarissima, quasi accecante, fa strizzare gli occhi. “C’è tanto da visitare qui – ci spiega Kalil – saranno giorni intensi”. Ci chiede se siamo pronti a scarpinare per le vie di Timbuctù, rispondiamo affermativo. L’immancabile turbante blu, classico tuareg, è per proteggersi dal sole e dal calore, cosicché ci convinciamo di dotarcene uno anche noi, 4000 safà (poco più di 5 euro) per 4 metri di stoffa. E da lì abbiamo chiaro subito che acquistare a Timbuctù è, più o meno, come fare shopping nel Principato di Monaco. La conferma l’avremo quando, in una bottega che recava fuori la scritta “emporio”, pagheremo circa 20 euro un dentifricio, 3 bustine di un detersivo (che non lava) e una piccola confezione di sapone liquido. “È un prezzo per toubab (uomo bianco)” ci spiegherà sorridendo Kalil, mentre pazientemente avvolge la nostra testa nel turbante blu, disegnando nell’intreccio, la scritta “Dio” in arabo “è così che si indossa” ci dice. Poi, per farci capire, scriverà in arabo, quella parola, su di un foglio.

Timbuctù: una passato di prestigio, fascino, ricchezza
Concordiamo con Kalil, per questi 2 giorni, 40mila safà, circa 55 euro, e riteniamo la richiesta abbastanza congrua, anche in considerazione del fatto che la visita alla città, o meglio alle moschee e al museo, è pari a 5mila safà a testa, sia che se ne visiti una, come tutte quante. Regole africane, strane? Forse si, come tante di casa nostra. Sotto il sole che con il passare del tempo si fa sempre più ostile, visitiamo la Moschea di Dyingerey Ber, dove uomini e donne sono divise in due diverse sezioni e il minareto è ancora punto di richiamo del muezzin alla preghiera quando l’elettricità, ed è sovente, viene a mancare. Rigorosamente in banko (fango), come tutte le altre costruzioni, saliamo sulla terrazza dalla quale si apre una veduta sulla città che spazia fino a dove il deserto segna l’orizzonte. Le margoillà molto diffusi da queste parti, stanno serafiche al sole, con dimensioni e sguardi che non lasciano indifferenti. Al pensiero che nei Pays Dogon, fra qualche giorno, dormiremo nei campement su una terrazza simile, abitata anche da questi lucertoloni, un brivido mi corre lungo la schiena, vincendo il caldo e il sudore che questo sole a picco procura. Mi concentro su altro e continuo per le strade di Timbuctù, tra tende e fango, luce abbagliante e sabbia che con la bufera della sera prima si è infiltrata ovunque. Kalil saluta tutti, lui conosce tutti. A noi invece, dopo l’immancabile rito del saluto “comme ca va?” “ca va bien”, puntuale la richiesta “donnez-moi un cadeau”, più ermetici i bambini con il semplice “cadeau”, ripetuto però all’infinito. Più ci avviciniamo al Grand Marchè, più serrante si fa la richiesta. Qui, all’interno di un grande edificio fatiscente, tanti fatiscenti banchi espongono di tutto, mentre ogni angolo è animato all’inverosimile da un’umanità variegata. Gente sulle scale che staziona, seduta o poggiata alla parete o direttamente coricata a terra, altra che, con strana frenesia, si muove tra i banchi, altri ancora che improvvisano improbabili banchetti posizionati in discutibili luoghi, chi sulle scale, chi dinanzi a porte di passaggio, chi in anfratti precari e nascorti. E vendono galline, polveri colorate, batterie e cavi, ferraglie e pelli, sigarette sconosciute ed ogni altra mercanzia. Qui compreremo, da classici t(u)risti, qualche t-shirt con la scritta “ho visto Timbuctù e ci tornerò”, ovviamente, come è di prassi, contrattando fino all’ultimo safà.
Lasciamo il Grand Marchè ancora più frastornati e, nel frattempo, s’è fatta l’ora di pranzo e la fame, non certo la golosità, ci chiama. Da ormai 15 giorni il menù varia da poulet grillet a cus cus avec legumes, da riz a brochette, nient’altro. E poiché le brochette trattasi di spiedino di carne, la stessa che rimane esposta sui banchi e che si intuisce sotto uno spesso strato di mosche, il cibo che assumo da 2 settimane è pollo, cus cus, verdure e riso. Con l’aggiunta dei prodotti della nostra caisse cuisine, acquistati a Bamako, ma che altro non è che ancora riso, in splendide buste liofilizzate. Ad accompagnare i succulenti pranzi una birra locale che, senza ironie, può definirsi buona. Consumiamo l’ennesimo (leggero) pranzo, un breve riposo utile anche a lasciare correre le ore più calde, per poi rituffarsi nella storia e cultura della città.
“Qui sono arrivati tantissimi esploratori tra il 1600 e la metà dell’ottocento – cicerona Kalil – molti dei quali non hanno più fatto ritorno a casa, morti ammazzati o dispersi”. A testimonianza di questo sono le “case degli esploratori”, riconoscibili dalle targhe poste all’esterno che riassumono il nome e il periodo, come ad esempio quella di Renè Cailliè che, nel 1828, trascorse qui un intero anno, tornando con una serie di dati e documentazione che tracciavano un profilo di una Timbuctù già decadente, lontana dagli antichi fasti che la narravano, cosicché fu in patria accusato di essersi inventato tutto. Oggi queste abitazioni sono tutte private e solo alcune sono aperte al pubblico, come quella di Heinrich Bart, artefice di un incredibile viaggio lungo quasi 6 anni, travestito da tuareg, lungo il quale ha rischiato la vita più volte. La casa di Bart è la più interessante, una specie di piccolo museo che espone disegni in parte originali e altri riprodotti, oltre a stralci dei suoi scritti.
Ritorniamo in direzione Grand Marchè per superarlo e raggiungere la bella Moschea di Sankorè, un tempo università e una delle più grandi scuole arabe del mondo musulmano, purtroppo non visitabile, poiché l’accesso è solo per i fedeli musulmani. Come anche la Moschea di Sidi Yahiya che prende il nome da uno dei 333 santi che vissero qui, come si racconta e si legge anche su alcuni muri della città. Fu una donna a volere questo edificio, Costruito nel 1400. E di una donna si parla anche nella visita al Museo Etnologico, quella donna che diede vita a questa città, che la fondò attorno all’anno mille d.C.. La storia racconta che su quell’area giunsero nomadi tuareg per un accampamento stagionale e l’organizzazione del villaggio fu affidato ad un’anziana della tribù. Il suo nome era Bouctou, in lingua tuareg “grande ombelico”, forse per una caratteristica fisica. Il termine “tim” deriva invece da pozzo, che la donna fece costruire e che ancora oggi sorge proprio lì, all’interno del museo. Il “pozzo di Bouctou”, questa sarebbe l’origine di Timbuctù, e da qui parte questa interessantissima visita, che porta alla conoscenza di numerosi oggetti raccolti nel tempo e qui ben custoditi, tra strumenti musicali, indumenti, gioielli, giochi e attrezzi dell’epoca. Un addetto del museo ci guida all’interno di questo percorso, illustrandoci, dettagliandoci e rispondendo alle nostre domande. È l’ultima tappa, sono passate da poco le 6, è calata la luce. Salutiamo Kalil “Buon riposo e a domani” gli diciamo, “inshalla” se Dio vuole, ci risponde.

Kalil, la nostra guida
Un colore della pelle più chiaro del nero maliano, così sono i tuareg. Kalil Baber è tuareg puro, 28 anni, guida turistica da oltre dieci. È tra le più qualificate e preparate di Timbuctù, si dice in giro, senz’altro è scaltro e assai vispo. Sono tante, almeno una sessantina, le persone che qui esercitano questa professione, ma nemmeno la metà sono quelle riconosciute da una specie di albo che si può consultare nell’ufficio che sorge nei pressi dell’Hotel Bouctou. “Raggiungo la mia famiglia, nel deserto, a circa 6 ore di cammello da qui, due volte l’anno e mi fermo con loro per circa 3 mesi in tutto, quelli durante i quali di turisti se ne vedono pochi” ci spiega Kalil, in un italiano che ha imparato lavorando. Anche il francese è un po’ personalizzato, così come l’inglese, per una parlata che diventa un misto di tutto. Ha quattro fratelli Kalil, e due sorelle “loro hanno deciso di vivere con la famiglia, con mio padre e mia madre, nel deserto” mi racconta seduto sulla sua Dragon, una motocicletta motorizzata KTM 100 di cilindrata, prodotta, probabilmente, solo per il continente africano. “Tuareg significa nomade – riprende Kalil – e quindi il mio popolo, e la mia famiglia, è sempre in spostamento, ci accampiamo per periodi di 5 o 6 mesi, a volte anche più a lungo”. Gli chiedo come fa a sapere dei loro spostamenti e la mia curiosità cade in una risposta tanto ovvia quanto, a mio avviso, aberrante “semplice, abbiamo il cellulare…”. Fatico ad immaginare un villaggio tuareg, nel bel mezzo del deserto del Sahara, un micropunto blu (lo vedo così) sperduto tra le infinite dune di sabbia che si modificano ogni qualvolta una bufera le solleva, cambiandone la morfologia, che comunica attraverso Iphone i suoi spostamenti. E poi: come spiegherà la posizione? Saranno le stelle il riferimento? O saranno dotati anche di bussola? O di navigatore con coordinate GPRS? Mah! Davvero penso che la tecnologia, in certi casi, sia veramente incompatibile, cellulari e cammelli, infibulazioni e Sms… no, non ce la farò mai! E mentre gli squilla il moderno Nokia con una suoneria reggae, mi guarda e sorride “c’est travaille” è lavoro, mi dice, concorda una visita guidata per il giorno successivo, ripone l’agghiacciante apparecchio in tasca, si toglie il turbante e se lo rifà, scrivendo nell’intreccio il nome di Dio.

Roberto Rossi
non tradotta:piccoli tuareg
piccoli tuareg
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bimba tuareg
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marabu
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moschea a Timbuctů
non tradotta:museč municipal a Timbuctů
museč municipal a Timbuctů
non tradotta:Kalil - la guida tuareg di Timbuctů
Kalil la guida tuareg di Timbuctů

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