martedì 29 settembre 2020

E’ giunta l’ora, si parte

destinazione Nairobi, Kenya

E’ giunta l’ora, si parte
E’ giunta l’ora. Si parte. Safari. Non come si intende comunemente con jeep tra leoni, tigri ed elefanti, bensì “in viaggio”. Perché in swahili, la lingua locale, safari significa appunto “in viaggio”. E’ il 13 luglio, sono le 22,30, e il Boeing della Qatar Airwaiss, in partenza da Milano Malpensa, mi carica per portarmi a Nairobi, dopo uno scalo di un paio d’ore a Doha. Il volo è di circa 11 ore o poco più, così verso mezzogiorno ora locale (un’ora più avanti dell’Italia) atterro nella capitale keniota.
Dai finestrini dell’aereo già si intuisce che anche Nairobi non si differenzia granchè dalle altre metropoli africane, così come, per un certo verso, nemmeno dalle altre metropoli del mondo. Il caos, l’inquinamento, il traffico disordinato e quella cappa grigia che sovrasta le case è, più o meno, sempre la stessa.
Con una chicca in più… a Nairobi 17 slum si contendono la palma della miseria più nera al mondo! E anche questo dai piccoli oblò dell’aereo non può sfuggire. Un’immensa baraccopoli dove vivono più della metà della popolazione keniota. Oltre 2 milioni di poveri che combattono ogni giorno contro la morte.
Un popolo che ogni mattina all’alba si riversa per le strade della città in cerca di qualcosa da fare, per poter guadagnare quel po’ di cibo che qui significa sopravvivenza. Centinaia di migliaia di bambini, di donne, di uomini che si celano dentro questa enorme fogna a cielo aperto, che dall’alto appare come un’infinita distesa di lamiere arrugginite dentro la città, a fianco delle grandi costruzioni moderne, che conferiscono a questa metropoli la più disarmante immagine delle contraddizioni e dell’ingiustizia sociale.
Questa è Nairobi dall’alto. Non migliore sarà quella che scopriremo vivendola con i piedi a terra.

Alex, la nostra prima guida

All’aeroporto c’è un corporuto ragazzone che tiene alto sulla testa un cartello che riporta il mio nome e quello di Nicolò, amico e compagno di viaggio. E’ Alex, un trentenne che stazionerà tutto il giorno, tutti i giorni, davanti al Terminal Hotel, la struttura presso la quale abbiamo prenotato una camera doppia per il nostro soggiorno qui a Nairobi. Alex sarà la nostra guida per accompagnarci in questi giorni in visita alla città.
Questo è il suo lavoro, e lo sa fare bene. Con il suo inglese “smangiato”, dentro al quale ci piazza ogni tanto qualche parola in italiano, ci porterà in giro per qualche euro al giorno, oltre ai soldi dei taxi che prenderemo. Ma ci pare un guadagno meritato che gli riconosciamo, in aggiunta a qualche bibita, che non è mai Tusker, la birra locale, perché dice che quando la beve diventa “crazy”. Non insistiamo, in compenso un po’ di Tusker le consumeremo noi.
Lui ci parlerà di tutto, di un governo corrotto e di un presidente, Mway Kibaki, rieletto nel dicembre scorso, grazie ad un broglio elettorale. Una pratica diffusa, gli dirò, anche se “mal comune non fa mezzo gaudio”! Anche Francis ci parlerà di questo, come anche delle condizioni di vita di una popolazione che deve fare i conti con salari che stanno sotto i 100 euro mensili. Qui dove, ad esempio, il carburante costa circa un euro al litro! Come a dire che un pieno di benzina di una SUV è pari ad un intero stipendio!
Francis
è un gentile ragazzo sui quarant’anni, capo del personale nel nostro albergo. Anche con lui trascorreremo un po’ di tempo in questi giorni di Nairobi. Il Terminal è una struttura che sorge nel centro della città ed è segnalata dalla Lonely Planet, immancabile in ogni mio viaggio. E non solo è segnalata, ma anche consigliata con tanto di box dedicato, descritta come la miglior struttura come rapporto qualità prezzo.
Dice di non lasciarsi suggestionare dalla facciata dell’edificio che effettivamente si presenta fatiscente e stinta, in linea comunque con gli altri alberghi dei paraggi. Confortati dal suggerimento entriamo superando la porta che non c’è ed impattiamo in una hall fedele allo stile della facciata. Un metro per uno con un bancone (si fa per dire) dietro al quale un basso e tozzo signore ci accoglie con un simpatico sorriso e un “karibù” di benvenuto. Riempiamo un documento che ci allunga, prendiamo le chiavi e saliamo.
Ora è chiaro: Tom Parkinson, l’inviato di Lonely Planet che ha redatto la parte di guida dedicata al Kenya orientale, ha un metro di valutazione assai differente dal mio. O meglio: o Nairobi offre davvero soluzioni ricettive scadenti o effettivamente l’amico Tom ha toppato. Scoprirò che sarà un po’ l’uno e un po’ l’altro. In verità la spesa che sosteniamo per una notte in camera doppia è meno di 2000 scellini kenioti (meno di 20 €), ma la qualità è inferiore al costo, se da qualche parte la qualità esiste!
Al secondo piano troviamo la nostra stanza, difficile da descrivere rendendone l’idea. “Hakuna matata” nessun problema, d`altronde solo un paio di mesi fa dormivo nelle grotte della Valle della Luna, a terra con sacco a pelo. Posiamo i bagagli ed usciamo subito. Il cielo è coperto e minaccia pioggia, che nei giorni scorsi è caduta abbondantemente. La temperatura è bassa, troppo bassa per il guardaroba che abbiamo con noi, fatto di t-shirt, braghe corte, solo un paio di maglie pesanti, oltre ad una miracolosa giacca a vento.

A basso ci aspetta Alex ed è con lui che sbrighiamo le prime pratiche. Cambio valuta, acqua in bottiglia (quella corrente è bene non ingerirla), schede telefoniche locali, presa per adattare le nostre spine, altre piccole cose. Oggi è martedì, giorno che il Masai Market espone i suoi banchi nei paraggi dell’hotel. Decidiamo di andare, ingaggiando Alex per evitare di essere assaliti dagli ambulanti e da tutti quelli che sono lì per chiedere soldi. Servirà a poco. Dopo meno di qualche secondo, prima ancora di aver raggiunto i banchi, quattro o cinque o più ragazzi ci sono addosso. Hanno da vendere tutto quello che vuoi, comincia così il balletto, per evitare, con tatto e delicatezza, di farti trascinare presso la loro mercanzia. Si sprecano gli “how are you?” “whot’s your name?” “my friend” “mazungu” e tante altre espressioni per entrare in confidenza.
Il mercato si sviluppa sui bordi di un largo canale. Poggiati su questo dorsale centinaia di banchi e banchetti che offrono ogni cosa, perline e cesti, collane e bracciali, zucche scavate e ciabatte, capi di abbigliamento e artigianato locale, batik e coperte. Altri, che puntano più in alto, espongono quello che ti vendono come artigianato antico, proponendoti maschere e statuette e quant’altro a prezzi che possono raggiungere anche i 50.000 scellini, circa 500 euro, cinque mesi di paga di un lavoratore medio locale.
Riusciamo ad uscirne dopo aver comunque trattato un batik dal prezzo iniziale di 5000 scellini. Salutiamo l’ambulante con un gentile “no, thank you”. Lui prima contraccambia il saluto, un po’ scocciato, poi ci ripensa e ci rincorre. Avremo quel batik a 10 euro, e avremmo potuto ottenerlo anche a meno. Questa è la tattica, sparare altissimo, applicare, come si dice qui il “muzungu price”, il prezzo per i bianchi. Che può essere anche venti volte il prezzo finale.
Sono ormai le 5 del pomeriggio. Un po’ esausti dal viaggio e dal Masai Market, prendiamo la via dell’hotel. Qui la luce, in questo periodo, cala presto. Ed è caldamente consigliato non muoversi per la città dopo quell’ora. Nairobi è una città pericolosa, la microcriminalità è diffusissima, le rapine, i furti e gli agguati sono di norma.

Di fronte all’hotel c’è un locale giusto per una buona birra, rigorosamente Tusker, che beviamo in compagnia di Francis. Con lui qualche chiacchiera che traccia un sommario profilo di questa realtà, di quello che scopriremo nei prossimi giorni. Anche per la cena troveremo un posto a pochi passi da lì. Sceglieremo una chicken grilled ed una bibita, per un totale di 1200 scellini, circa 12 € in due.
Rientriamo in hotel che manca ormai poco a mezzanotte, contravvenendo subito ai consigli, ma siamo vicini, non c’è rischio, ci diciamo. La giornata è stata lunga e piena. Ora riposo, domani saremo per le strade di questa grande, sconcertante, grigia città.

©Roberto Roby Rossi

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