sabato 7 dicembre 2019

Malindi, poi Muyeye e l'orfanotrofio

con le nostre fidate guide...

Malindi, poi Muyeye e l'orfanotrofio
Sono le 3 dopo pranzo. Il pasto doveva essere leggero, ci eravamo detti, ma non è stato proprio così. La cucina del Coral Key Beach Resort è di alto livello, ci ha preso la gola, uno dei sette peccati capitali... Qui spendiamo, in questa stagione, poco più di 3500 scellini al giorno per la mezza pensione, poco più di 35 euro al giorno. In un hotel da sogno, con una cucina di alto livello. Ad agosto, come anche da dicembre a marzo, periodi di alta stagione, si dovrà moltiplicare per 4, per spendere fino a 160 euro. Abbiamo appuntamento con Bruno e Zucchero.
Con loro andremo prima al villaggio Muyeye, dove vivono. Poi in seguito all’orfanotrofio. Esco e li trovo già all’appuntamento con un quarto d’ora d’anticipo, davanti all’ingresso del Coral Key, con il Tuc Tuc che ci porterà all’agenzia. Scopriamo così che i due giovani baldi amici sono stati ingaggiati dalla Sesme Tours and Travel, un’agenzia che apre i battenti proprio oggi. Che serve proprio oggi i primi clienti. Noi!
Andremo con l’auto della Sesme Tours, una Toyota (qui è la marca più diffusa), sulle cui portiere Zucchero si appresta ad appiccicare gli adesivi dell’agenzia. Siamo i primi clienti, inauguriamo l’auto, sperimentiamo la professionalità di questa nuova creatura! Nella sede dell’agenzia conosciamo James, che ci allunga il biglietto da visita. Sopra il suo nome e il suo ruolo di “magaging diector”, forse direttore generale. Trattiamo sul prezzo del servizio. Riusciremo ad avere Bruno, Zucchero, il driver con l’auto a 1000 scellini, 10 euro, un terzo di quello inizialmente richiesto.

Saliamo e partiamo per Muyeye. Pochi minuti ed inizia la strada sterrata che si addentra nel villaggio. La strada comincia subito a farsi sconnessa. Queste non sono strade che interessano ai tour operator. E quindi nemmeno agli enti e alle amministrazioni locali. La pioggia, abbondantemente caduta nei giorni scorsi, ha peggiorato la situazione, le buche sono tante ed enormi. Si sale e si scende, si costeggiano pozze di acqua e melma come fossero argini di fiumi. L’auto nuova è messa subito a dura prova.
A metà percorso, dopo qualche minuto di questa strada, un gruppo numeroso di persone applaude divertito uno spettacolo messo in scena da una piccola compagnia locale. Si tratta di ragazzi che recitano, per conto di alcune organizzazioni umanitarie, scene e siparietti allo scopo di educare la popolazione circa le norme dell’igiene, della prevenzione, ma anche per sostenere il valore dell’istruzione, della conoscenza. Ed è un modo per divertire e comunicare.
Una breve sosta per capire che la sceneggiatura si svolge dentro una scuola e i protagonisti rappresentano un professore, uno studente e un “children street”, un ragazzo di strada. Le risate sono opportune per coinvolgere il pubblico, una strategia per raccontare uno dei drammi di questo paese, per affrontare il problema, per fare informazione. E il risultato c’è, la gente assiste divertita, nel frattempo acquisisce dati, consigli.
Proseguiamo per raggiungere il villaggio, ormai a pochi minuti. Lasciamo l’auto in corrispondenza di una struttura in muratura (non ve ne saranno altre) che reca una scritta rossa, molto evidente, sullo sfondo bianco della parete: ufficio informazioni turistiche. Al primo sguardo non sono convinto, devo aver letto male. Mi rigiro, mi fermo, lo riguardo, la scritta insiste: ufficio informazioni turistiche. Incredibile, mi dico. A Muyeye una struttura che da assistenza al turista! Penso ai miei luoghi di lavoro, ad esempio al Trentino, alla Sardegna, alla Sicilia. Località come Madonna di Campiglio, di Palau, ma non solo, come Taormina. Qui, in Africa, in un villaggio di capanne, dove vive povera gente, un ufficio turistico. Incredibile! La cosa mi lascia proprio basito. Gli altri sono andati oltre e mi chiamano. Io persisto, fisso, incantato davanti a quella scritta.
Mi richiamano, poi mi vengono a prendere. Supero il trauma positivo e mi incammino. Nicolò nel frattempo ha scoperto anche lui qualcosa che lo lascia stranito. Bruno e Zucchero lo hanno portato nella palestra del villaggio. Una catapecchia in lamiera, l’ingresso è una porta in cellophane, in alto l’insegna, si fa per dire… una scritta “Golden Gym”! Dentro, diversi attrezzi costruiti con cemento e travetti in ferro, che testiamo. Un po’ di panca, poi manubri e carrucola per spalle e bicipiti. Lasciamo la Golden Gym e ci avviamo verso casa Portabene.
Lungo la strada, a destra e a sinistra, si sprecano i jambo, il nostro ciao, che contraccambiamo. Siamo i benvenuti, non solo perché ogni tanto qualcuno ci saluta con un karibù, ma proprio perché è evidente, si legge nei loro occhi, sui loro volti, il piacere di vederti, la gioia che sei da loro, con loro. Arriviamo ad un gruppo di abitazioni, sono tutte in legno e terra. Siamo a casa di Bruno, due strutture una di fronte all’altra, 6 stanze in tutto.
La cucina e 4 stanze per quattro fratelli, mentre una è per le due sorelle minori. Entriamo nella stanza di Bruno, un casino incredibile. Sul letto tante cose, ma non riesco ad individuarne una. A terra una sedia di plastica da bar, alle pareti un infinità di pagine di giornali, con foto di attori e cantanti. Un filo che attraversa la camera dove sono stese alcune magliette, felpe, pantaloni.
Un pallone di calcio, uno stereo malridotto, alcune paia di scarpe. Bisogna muoversi attenti a dove si mettono i piedi. Non potrebbe starci più nulla là dentro. Lui dice che la sua è la più in ordine di tutte le stanze. Sarei curioso di vedere le altre.

La tappa successiva è nella zona di ritrovo dei ragazzi del villaggio. Conosciamo Tommy, John, Aliscia, William e altri. Alcuni stanno bevendo vino di cocco, che ci offrono, ma che gentilmente rifiutiamo. E’ un intruglio che rende necessaria la presenza, nel proprio organismo, di anticorpi grossi come leoni per non subirne conseguenze. Tanti fumano erba che coltivano proprio lì, nel villaggio. Musica rigorosamente reggae batte il tempo di chi balla. Saranno in 25 o 30, o più. Rasta per lo più, perché la vera origine rasta è proprio qui, in Africa.
Sono quasi le sei, dobbiamo ancora andare all’orfanotrofio, è tardi. Andiamo un po’ di fretta. Saremo là in una mezzora. Da fuori si intuisce subito che si tratta di una struttura di qualità superiore, non solo perché di recente costruzione (risale al 2004), ma anche perché ben concepita ed esteticamente curata.
Confortevole nei suoi ambienti, puliti e in ordine. Conosciamo la signora Maria che lo gestisce, che ne è anche proprietaria. Avrà una settantina d’anni, di Milano. Con il marito è lì ormai da quarant’anni. Viene in Italia solo un paio di volte l’anno, per fermarsi due mesi in tutto. Lamenta le difficoltà di reperire fondi per portare avanti questa casa, dove dentro ospita un centinaio di bambini. Che andiamo a conoscere, prima della cena. Sono tutti ben tenuti, puliti, curati. Sono, come quasi tutti i bambini che crescono negli orfanotrofi, un po’ chiusi, introversi, timidi, intimoriti. Sono anche molto rispettosi, educati. Ci salutano in coro “welcome”.
Passiamo con loro solo qualche minuto. Poi, prima di ripartire, andiamo dalla signora Maria per un ultimo saluto. Lei ci allunga un semplice foglio che descrive il centro. Poche parole, qualche foto, i recapiti. Poi un abbraccio a questo angelo che tiene con sé, sotto le sue ali, tutti questi bambini. Questi figli di nessuno che, vedendoci allontanare, sventolano le loro manine e ci sorridono. Jambo e buona fortuna, ragazzi, tutta quella che non avete avuto finora.

Orfanotrofio di Malindi

Sorge a pochi minuti dal centro di Malindi ed ospita, al momento della nostra visita, 104 bambini, dai 4 ai 15 anni. E’ in mattoni rossi, una specie di corte, a ferro di cavallo. Gli ambienti si dividono tra le camere da letto dei bambini, la sala da pranzo con annessa cucina, una destinata ai giochi e all’intrattenimento, un’ultima che funge sia da ufficio che da abitazione della signora Maria, artefice di questa struttura.
Lei, una arzilla milanese che, con il marito, hanno deciso di dedicare la loro vita ai bambini orfani di questa parte di Africa. Oltre a questa casa, conducono un’altra struttura ad una mezzora da qui, dove dentro stanno altri 200 bambini circa. Parla, durante il nostro incontro, delle difficoltà che quotidianamente incontra per sostenere i costi di questa casa, per reperire fondi. T
re volte all’anno torna in Italia per dedicarsi a questo obiettivo “ma se non fosse per i soliti privati, che sono poi gli amici a noi vicini, - racconta Maria - che finanziano ogni anno questo progetto, se dovessi dipendere dagli enti, dai fondi regionali, statali, europei… per carità… tante chiacchiere, quando poi si deve passare ai fatti…buonanotte”.
E’ una signora che mette in campo una determinazione straordinaria, che crede fermamente in quello a cui ha deciso di dedicare il suo tempo, le sue energie, la sua vita. Un grande esempio di umanità, di cuore. Libero e svincolato da ogni credo, da ogni fede, mossa semplicemente da una bontà d’animo, da un amore per il prossimo.
Lunga vita, cara Maria!


©Roberto Rossi Rossi

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