sabato 18 gennaio 2020

con la console del Mali Loriana Dembelè

racconta del secondo paese più povero al mondo

con la console del Mali Loriana Dembelè
È una mattina leggermente piovosa, l’appuntamento è per le 10, presso la sede del consolato. È una vecchia casa che si erge in prossimità del Niger, dove a breve sorgerà un nuovo ponte, opera della cooperazione, mi pare, giapponese. Saliamo a bordo del primo taxi che incrociamo appena fuori dall’albergo, comunichiamo al giovane driver la nostra destinazione ma, come al solito, non ne conosce l’ubicazione. Capiterà spesso, pertanto impareremo a salire sul taxi non prima di esserci documentati circa la strada che dovremo percorrere.
Giungiamo a destinazione, l’attesa è molto breve, la consola viene ad accoglierci e con una energica stretta di mano ci chiede di seguirla. È una bella signora sui 65 anni, ci fa accomodare su sedute in legno grezzo, dentro una stanza “maliana”, essenziale ma con diversi piccoli oggetti e tappeti e arazzi di tradizione locale.
Da circa 40 anni sono qui – esordisce – ma la mia origine è evidente, non è vero?”. Mi pareva, in effetti, di essere ancora a casa di amici, passati a salutare un paio di settimane prima, a Colle Val d’Elsa. “Sono toscana – riprende - non solo, pure senese, cioè tosta, convinta, decisa, e come no, certamente testarda”.
S’intuisce immediatamente, un bel caratterino, Loriana.
Diamoci subito del tu – continua – superiamo le formalità”, in ogni occasione si evince la praticità, la concretezza, la schiettezza di questa signora, che nella semplicità trova la forza e la ragione delle cose. Ed è così anche nell’aspetto, nessuna particolare ricercatezza, ma un fascino che non ha bisogno di indossare, che è di suo. E ci conquista subito.
Perché ho vissuto la mia vita nel Mali? Per la cosa più bella che c’è – ci racconta Loriana - per amore, quello che mi ha legato a mio marito, un maliano doc, che ho conosciuto studente a Firenze e che ho sposato, contro tutto e contro tutti”. Ne parla con orgoglio, fiera della sua storia, fiera di quell’uomo, quello al quale ha promesso, in punto di morte, che “si, continuo quello che abbiamo voluto insieme, che abbiamo iniziato e per il quale abbiamo lavorato e lottato”. Erano altri tempi, ci spiega Loriana, tempi durante i quali era normale dire “ma che fai? Non lo vedi che è negro? Non sai che problemi ci sono là?…” e tant’altro.
Già, proprio così… solo in seguito impareremo che sono neri, solo di recente non guarderemo i matrimoni cosiddetti misti (utilizzando ancora però un termine orribile) con occhi tra lo stupore e l’incredulo. “Ci siamo conosciuti nel ’63 e sposati nel ’68 – prosegue Lorianae ho avuto la mia famiglia contro, ma non solo… dopo qualche anno, una volta conseguita la laurea, siamo andati nel Mali, dove mio marito voleva vivere, perché là, diceva, c’è bisogno di gente come noi, perché è un popolo che soffre e che muore, ed è la mia gente, il mio popolo”. Loriana è intensa, le sue parole riempiono la stanza come fossero immagini che appaiono chiare, come fosse il racconto proiettato su uno schermo, e incalza “me lo disse subito mio marito, lui era lì per studiare, per imparare, per poi tornare ed insegnare ai suoi bambini, quelli del suo paese, quelli, diceva, che faranno grande il Mali, che aiuteranno l’Africa ad uscire dalla fame, dalla sete, dalla miseria, dalla dipendenza”.

Lei lo ha sposato, lo ha seguito. Insieme hanno iniziato un percorso, lei laureata in lettere, lui in storia dell’arte. In entrambe la chiara convinzione che è da lì, dalle scuole, dall’istruzione, dalla cultura che si cresce un paese. Come negarlo? “Appena arrivata nel Mali, quella discriminazione in precedenza nei confronti di mio marito, è toccata a me, beh certo… ero io ad essere bianca!Loriana sorride mentre parla, è un fiume di parole, ed ogni cosa riporta a quel paese, al marito, all’uomo che ha perso troppo presto “solo vent’anni è durata la nostra storia, nell’’83 una leucemia se lo è portato via in 20 giorni – riprende – o forse no, la nostra storia non è mai finita, ho promesso a lui che avrei continuato nella nostra piccola missione, per questo ho deciso di rimanere là, nel Mali, nel suo, ma anche, nel mio paese, perché come sono orgogliosa di essere italiana, sono orgogliosa di sentirmi maliana”.

Il Mali, il secondo paese più povero al mondo

Loriana è nominata console nel 1980 “il prossimo saranno trent’anni di consolato, di lavoro, di sacrifici, di problemi, trent’anni fatti di momenti molto difficili, ma anche molto belli” ne parla senza atteggiarsi, senza alcun vanto, con umiltà, normalità, non cerca lodi.
Ho conosciuto tanta gente, tanta solidarietà, tanta generosità – ci dice mostrandoci foto – da parte soprattutto di gente comune, di organizzazioni di volontariato, ma anche di enti pubblici, che ci aiutano, con donazioni, con interventi di edilizia, con la perforazione di pozzi d’acqua, e l’acqua è vita”.
E si sofferma qui, su immagini che riproducono lavori di perforazione per la posa di pozzi, altre che riprendono donne e bambini mentre stanno recuperando l’acqua, con il secchio calato giù con una carrucola.
Qui nel Mali sono quasi tutti di questo tipo i pozzi, nessun sistema di pompe, ma semplici buchi nella terra dentro i quali si fanno scendere secchi o otri di pelle per recuperare l’acqua. Semplici si fa per dire poiché, al di là dell’apparenza, questi scavi vengono fatti in gran parte con martelli e piccozze, data la rocciosità del terreno che non consente l’aiuto dei macchinari.
È l’emergenza prima quella dell’acqua – continua Loriana – sappiate che il Mali è il secondo paese più povero al mondo e che la mortalità infantile è nella media del 25%, un bambino su quattro sotto i 5 anni muore, mentre in alcune zone è addirittura il 43%, quasi uno su due, dovuta soprattutto alle infezioni all’intestino perché bevono l’acqua dalle pozzanghere”.
Gli parlo di Fulvio Biondi, dell’Associazione Ali 2000, quella per la quale sono lì, a documentare l’attività che svolge a favore del Malici siamo conosciuti – ci dice - li ho incontrati, abbiamo all’inizio collaborato, ora si muovono bene anche in autonomia, sanno ciò che è necessario sapere, fanno ciò che è bene fare”.
Ali 2000 è qui, ormai, da dieci anni, facendo lavorare aziende del luogo con personale maliano, responsabilizzando gente del posto per una serie di attività, dai controlli alle verifiche dell’avanzamento dei lavori, ma anche per l’individuazione dei luoghi dove intervenire. “Il maliano è un popolo fortemente dignitoso – spiega Loriana – la sua storia parla di grande povertà, ma sono grandi lavoratori, fieri della loro terra; il postcolonialismo ha insegnato loro un sistema sociale che funziona, quello del socialismo filosovietico, dove la distribuzione dei beni è equa, dove l’apporto di ognuno è fondamentale, vale il medico quanto chi lavora la terra, la disparità sociale non esiste, o meglio, non ancora…”.
Potrà piacere o meno, la si potrà pensare anche al contrario, ma i fatti sono evidenti, sotto gli occhi di chi attraversa questo paese, il secondo paese più povero al mondo. E il suo fascino, la grandezza di questa gente sta proprio qui, nel vivere una povertà tra le più grandi del mondo, in piena dignità, consapevoli che tanto dipende da loro, dal loro lavoro, dalla loro volontà, dalla fiducia nei propri mezzi, nelle proprie capacità. E hanno volontà e capacità da vendere, questa è la loro marcia in più.
Salutiamo Loriana con un grande grazie dentro un forte abbraccio “grazie a voi – ci dice con un sorriso sincero che sa di arrivederci - a quello che state facendo e a tutti coloro che vogliono bene al Mali.
E all'Africa tutta, aggiungo io.

©Roberto Roby Rossi

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