sabato 18 gennaio 2020

Djennè: sito Patrimonio dell’Umanità

oltre 12 ore di jeep per 510 km

Djennè: sito Patrimonio dell’Umanità
La sveglia è di prima mattina, la trasferta che andremo ad affrontare è lunga ed impegnativa. Lasciamo la capitale Bamako e prediamo direzione nord est, obiettivo Djennè. Per coprire i 510 km. di distanza ci vorranno oltre 12 ore di jeep, superando ogni avversità climatica. Dal caldo più opprimente, ad una pioggia torrenziale che ha ancor più devastato il fondo stradale, quasi interamente di terra battuta. Le buche sono ora voragini, le banchine scivolosissime trappole.
Hamoyè trasmette pur sempre sufficiente tranquillità, anche lungo quei tratti dove l’acqua che scende a dirotto toglie quasi totalmente la visibilità. Alcune tappe sono necessarie per distendersi le gambe atrofizzate e per rifocillarsi di matoke, piccole banane, presso quei mercatini che si incontrano lungo la strada, in corrispondenza dei villaggi abitati. Con la solita confusione, solito assalto di venditori e bambini, soliti odori, fumi, polvere.

Giungeremo al Port de Seymani verso le 8 di sera, da qui un’imbarcazione ci condurrà a Djennè, che sorge su un’isola al centro del fiume Bani. Sarà una traversata breve, ma da incubo, sotto l’acqua che continua a scendere senza tregua, dentro una confusione da stordimento. La stanchezza non aiuterà ad affrontare quel tratto con la necessaria energia, nei nostri pensieri anche la possibilità che “non ce la faremo mai”. Si, perché quella specie di imbarcazione che traghetta auto, motorini, persone, animali ed ogni ben di dio, da una riva all’altra, che non riuscirà ad accostarsi e dovrà imbarcare a circa 200 metri dalla terraferma, suscita nient’altro che inquietudine. Saremo costretti ad immergerci nel fiume ed eseguire una “manovra africana” per salire, con buona rincorsa, sulla barca!
L’acqua arriverà quasi a livello dei finestrini, dalle nostre facce spiccano due occhi fuori orbita, come biglie in procinto di cadere. Hamoyè darà sfoggio delle sue qualità di grande driver attraversando con grande sicurezza il tratto di fiume e posizionando la vettura sul traghetto in modo perfetto.
Quello che ci segue no, poiché finirà la sua corsa tamponandoci. E la biglia è sempre più sull’orlo dell’orbita oculare, avvicinandosi sempre più rischiosamente al vuoto. Il poi è un ricordo offuscato, sfiancati e totalmente basiti, riusciremo appena a mettere qualcosa in pancia, prima di cadere nell’oblio di un profondo sonno al quale non opponiamo minima difesa.

Djennè: sito Patrimonio dell’Umanità

L’Unesco lo riconosce come tale, e a piena ragione. Djennè, con i suoi 22mila abitanti, è una delle località più affascinanti dell’Africa occidentale, che racchiude in sé tutti gli elementi caratterizzanti del continente nero. All’animato mercato del lunedì, tra i più pittoreschi d’Africa, fa da contrasto la tranquillità del villaggio, snodato sulle sue labirintiche vie.
Sono necessari un paio di giorni per visitare Djennè e come guida sceglieremo, anche perché non v’è altro, John Travolta, uno smilzo cinquantenne, occhialini tondi, fisico che non concepisce muscolatura. Lo incontriamo per la prima volta, ci ricorda lui (noi lo avevamo rimosso), la sera del nostro arrivo, quando già, la giornata, ci aveva riservato di tutto e di più. La ciliegina era lì, presso il nostro albergo, in attesa che giungessimo a destinazione.
Allunga la spigolosa mano e si presenta “piacere, sono John Travolta”. Dovremmo aver pensato, in quel momento, che stavamo vaneggiando, che era tutto finto, un incubo, un film che si stava girando nella nostra testa, dentro ciò che rimaneva della nostra povera mente. Probabilmente percepita la nostra perplessità, lo smilzo mette mano alla tasca della sua lunga veste bianca ed estrae un documento, il patentino di guida turistica, sul quale è riportato esattamente nome e cognome: John Travolta.
Dopo questa esibizione che gli conferirà, evidentemente, sicurezza, cercherà, però senza successo, di conquistarci con la sua simpatia, ci racconterà qualche episodio, secondo lui, spiritoso. Capirà, abbastanza presto, attraverso i nostri eloquenti sguardi, che sarà sua convenienza portarci in visita alla città, lasciando perdere il suo appeal. Lungo il percorso, tuttavia, parecchia gente lo saluterà proprio come John, e gli dovremo così riconoscere una certa popolarità.

La prima visita è alla Grande Mosquèe, la più grande costruzione in fango del mondo. Qui l’accesso è consentito solamente ai musulmani, come annuncia il cartello posto al suo ingresso. La potremo solo apprezzare dall’esterno, quindi, ammirandone la maestosità e l’aspetto quasi fiabesco che trasmette. “Risale agli inizi del ‘900 – racconta John – ma sorge laddove, nel 1280, fu edificata quella precedente lasciata cadere in rovina nell’800”. Si notano, sporgenti dalle pareti esterne, numerose travi di legno, che caratterizzano l’edificio e che fungono da sostegno per le scale e le assi messe per la risistemazione della struttura.
Sono circa 4mila le persone che, ogni anno, si offrono volontarie per la riparazione del rivestimento esterno, completamente in fango” ci precisa la nostra guida. Sulla piazza della Grande Moschea migliaia di persone animano il mercato, come ogni lunedì. Un esercito di commercianti, tanti giunti già la sera prima, propongono ai tantissimi acquirenti locali, ogni cosa. Qui il turista non è bombardato dai venditori, poiché il mercato si muove maggiormente sullo scambio delle proprie merci tra gli ambulanti stessi e ci si troverà, forse unico caso africano, a dover chiedere informazioni sulle cose esposte.
Nel corso della visita, John ci racconterà di essere nato lì, a Djennè, di avere genitori e nonni originari di quella città, una tra le più antiche dell’Africa occidentale. “Qui il tempo ha portato pochi cambiamenti - ci spiega John – anche se le ricchezze date dal commercio trans-sahariano che aveva fatto di Djennè uno dei centri più importanti del XV secolo, sono rimaste solo un lontano ricordo”. Tolte le vesti da simpaticone, John si mostra assai più convincente in questa veste di guida.

È l’ora di pranzo ormai, il sole batte dritto sulla nostra testa, decidiamo così di rientrare in albergo, pranzare e riposarci per una tranquilla passeggiata pomeridiana. Il giorno seguente visiteremo Jennè-Jeno, a soli 3 km. da Djennè, un luogo che emana il fascino di una storia antica. Sarà Mohamad, un amico di John, a farci da cicerone qui, un antico insediamento che risale all’incirca al 300 a.C. e che, dai ritrovamenti di utensili e suppellettili, pare sia stato uno tra i primi villaggi dell’Africa a fare uso del ferro.
L’emozione si fonde con lo stupore, poiché cammineremo sopra migliaia di piccoli e meno piccoli pezzi di coccio, di materiale ferroso, di pietre e di quant’altro, tutti originali frammenti che raccontano l’antichissima storia dell’umanità. Dopo essere stati tentati di raccoglierne alcuni, li lasciamo lì, a terra, dove sono da millenni, a continuare a parlare di civiltà lontane, per poterne parlare ancora alle civiltà che verranno. È sera, rientriamo in albergo, domani si parte per Moptì.

©Roberto Roby Rossi

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