sabato 15 agosto 2020

Fulvio Biondi: con Alì 2000 ho scoperto il vero Mali

parla di solidarietà, di fratellanza, di accoglienza

Fulvio Biondi: con Alì 2000 ho scoperto il vero Mali
Lo raggiungo nella sua bella casa a Podenzano, mi fa accomodare nell’ampia veranda e stappa una buona bottiglia di vino.
La mia prima volta in Mali – attacca Fulvio – è nel 2002 per un viaggio essenzialmente di piacere e curiosità”. Non è difficile farlo parlare, gli dai il là e lui parte “mi ero aggregato al gruppo fondatore di Alì 2000, del quale facevano parte alcuni amici che mi avevano incuriosito con i racconti delle loro esperienze”.
Così ha conosciuto questo paese, questo popolo.
Mi hanno affascinato soprattutto i dogon – continua - un’etnia che vive soprattutto a ridosso della Falesia di Bandiagara, e penso proprio sia stato l’incontro con questa gente che ha cambiato il mio modo di viaggiare e di vivere quella terra, trasformando le motivazioni principali del primo viaggio, in quelle che mi hanno spinto a continuare a tornare laggiù, da allora, ancora oggi”.
Parla della solidarietà, della volontà di portare il proprio contributo a quella gente, dato dal profondo senso di rispetto che nutre per quel popolo.
Il Sahel è un'Africa senz'altro dura e difficile – riprende a ruota libera - ma assolutamente strabiliante, bellissima, capace di sensazioni così forti che ti portano a voler tornare e che ti impediscono di dimenticare… il mal d'Africa non è un modo di dire, ma è una grande realtà, e tutti quelli che vanno là, lo imparano molto presto!”.
Non mi deve convincere, ne sono assai cosciente, che l’
Africa, quell’Africa, è proprio così, ti prende e ti entra dentro, per accorgerti che era lì da sempre, dentro di te.
Gli chiedo di
Alì 2000, come nasce, mi dice che sul sito www.ali2000.it è ben descritta la sua storia che “ha origine – parla indicandomi la cartina del Mali – qui, in un villaggio dei Pays Dogon, una terra di straordinaria bellezza, una terra di povertà assoluta…”. Si prende una breve pausa, si alza per prendere alcune foto che mi mostra “vedi – mi dice – sono bambini così, piccoli ed esposti a tutte le malattie, da quelle gravi alle più comuni, come un’influenza, una dissenteria, banali malanni che da noi curi con una semplice pastiglia, ma che là sono spesso cause di morte”.

E mi racconta di
Alì, un bambino che moriva in un villaggio dogon, mentre si trovavano in visita alcuni viaggiatori. Alì cessava di vivere per la mancanza di una semplice flebo, di un qualunque elementare intervento medico, moriva per una stupida dissenteria. Quel gruppo di italiani, in visita al villaggio, decisero così di ridare vita ad Alì, era l’anno 2000, così nacque l’Associazione Alì 2000.
Alì 200 si è occupata, in passato, di progetti molto diversificati – mi spiega Fulvio -  dalla scolarizzazione alla sanità, dall’incentivazione della piccola imprenditoria locale ad altre situazioni, ma ora ha scelto di destinare tutte le proprie risorse all'acqua, con la costruzione di pozzi idrici nelle zone più disagiate della Repubblica del Mali, uno dei paesi più poveri al mondo”.

Ricorderò queste parole quando incontrerò
Loriana Dembelè, console del Mali, che raggiungerò in capitale a Bamako, una delle tante grigie mattine, e che mi dirà che quello è il secondo paese più povero al mondo e che l’acqua è la prima necessità, l’assoluta priorità, “l’acqua è vita”, mi dirà Loriana.
La chiacchierata scorre piacevole ed intensa, il mio interlocutore parla con il trasporto che si usa quando si parla di un sentimento, di un amore, di una passione. “
L'associazione ha bisogno di volontari per sopravvivere – continua senza bisogno di incalzarlo - lo statuto di Alì 2000 prevede l'impossibilità totale di qualsiasi emolumento o rimborso spese per i volontari che partecipano all'attività operativa ed organizzativa e, partendo da questo presupposto, ci siamo dati un organigramma semplice e funzionale, con un consiglio direttivo che, ciclicamente, viene rieletto dai soci e che traccia le linee guida dell'associazione, in accordo con i soci medesimi”.
Riporto il tema sul
Mali in quanto paese che parla di miseria, di fame e di sete, così Fulvio coglie l’invito. “Se la costruzione di un sempre maggior numero di pozzi è la priorità che ci siamo posti, l'obiettivo principale è riuscirci nelle zone più decentrate, più povere e bisognose, identificando, in quanto tale, principalmente il Senò Gondo, una zona che, purtroppo, risponde a questi requisiti”. 
Mi dice che si trova nella parte occidentale del
 Mali, che si tratta di un’area semidesertica ma popolata, lontana da qualsiasi rotta commerciale e turistica, con enormi problemi idrici, sanitari e di scolarizzazione. “Una regione di 100mila km. quadrati, nel Sahel più povero – mi precisa - abitata da dogon emigrati alla ricerca di qualche terra da coltivare, che vivono al limite della sopravvivenza, dove nessuna organizzazione internazionale ha mai operato, ed è proprio là, con la messa in opera dei primi pozzi, che il sogno di Alì 2000 si è trasformato in realtà”.
È sempre molto composto
Fulvio, anche nell’esternare certe sensazioni che, tuttavia, vengono tradite dall’espressione del viso che si fa un po’ più emozionato. Diventa evidente che la sua mente ripercorre momenti indimenticabili, attimi che lo hanno segnato nel cuore e che hanno lasciato tracce indelebili nell’anima.

…Ogni giorno vissuto là è un ricordo indelebile

Anche tu vivi l’Africa – mi dice Fulvio guardandomi negli occhi - sai bene quindi cosa intendo… sai che ogni giorno trascorso là rappresenta un ricordo indelebile; il Mali è quell’Africa vera, quella di un popolo unico al mondo”.
Si, è così, so perfettamente cosa vuole dire, ed è forse qualcosa difficile da spiegare, o impossibile da spiegare del tutto. “
La vita a quelle latitudini – riprende - è talmente differente dalla nostra che sono migliaia le cose che ci colpiscono e stupiscono; da parte mia i ricordi sono tantissimi, gli aneddoti pure, dalla volta in cui rimasi da solo senz'acqua e con la moto in panne, trovando ospitalità in un villaggio immerso nel nulla totale, e che, senza averne mai capito la ragione, mi diede, quel luogo e quel momento, un’energia speciale per continuare il viaggio”.
Lo rivive, quel momento, nella mimica, nelle gesta, quelle sensazioni, quei sapori, quei suoni, quelle voci sono ancora dentro di lui, forse, per non andarsene mai più.
Il mio battesimo con nome maliano, che è Amadou Bolì, è una tra le esperienze che ricordo con maggiore gioia - racconta ora come un fiume in piena - un nome al quale tengo moltissimo, che uso abitualmente in Africa e che mi ha dato il capo villaggio di Sadya Peul, poche capanne di gente straordinaria; Amadou è il nome che si dà normalmente al figlio primogenito, mentre Bolì significa corridore, dato forse dal fatto che in visita ai pozzi, per verificarne l’avanzamento dei lavori, andavo quasi sempre in motocicletta”.
Mi racconta divertito della celebrazione, che si svolse appunto nel villaggio di
Sadya Peul, di cui ora è cittadino onorario, ricordando il regalo annesso alla conclamazione, un montone dalle lunghissime corna. “E che dire delle feste al nostro arrivo – la voce si fa più flebile, l’emozione adesso non si cela -  nei villaggi più sperduti , dove per gli abitanti il solo fatto di vedere un bianco è una rarità così grande che deve essere festeggiata con musica e danze lunghe tutta la notte?
Sensazioni forti, forse irripetibili altrove “
ma… c'est l'Afrique…” conclude allargando le braccia, come per accogliere e stringere a sè tutto l’amore per quella terra, per quella gente.  
A presto Fulvio, lo saluto, uscendo.

Lo lascio alle spalle, giungo al cancello e lo sento salutarmi, mi giro e lo vedo sventolarmi la mano, così come ho visto tante e tante volte fare là, in Africa, dai bambini, dalle donne, dagli uomini che ti salutano proprio così, al tuo passaggio, con il sorriso, con la gioia negli occhi.
Lo saluto di nuovo e sventolo la mano “ciao
Amadou Bolì, a presto”.

©Roberto Roby Rossi


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