sabato 18 gennaio 2020

Moptì: l’industria del turismo maliano

prima tappa a Sevarè per un saluto all’amica particolare...

Moptì: l’industria del turismo maliano
Sono poco più di 130 km. quelli che percorreremo per giungere a Moptì, ma sembrerà di averne percorsi 500mila per l’abissale differenza con quei luoghi che abbiamo da poco lasciato. Anche in questa trasferta non ci siamo fatti mancare niente. Prima tappa a Sevarè, per un saluto all’amica particolare del nostro Hamoyè.
Lei, Marie, insegna in una scuola statale e la raggiungeremo lì. La vediamo venirci incontro con 4 bambini addosso, uno in spalla, uno in braccio, due nelle mani. Pochi minuti per qualche chiacchiera e l’occasione per lasciare a lei qualche centinaia di penne bic acquistate prima della partenza dall’Italia.
Proseguiamo e superiamo alcuni ostici ostacoli causati dalle precedenti piogge, tra i quali una buca enorme diventata lago. Dentro, in una marrone acqua fangosa, un gruppo di una ventina di bambini, che si divertono tra loro, guadagnando anche qualche safà. Come? Semplice. Spingendo le malcapitate auto che devono attraversare quel lago, altrimenti impossibile da superare. 1000 o 2000 o 3000 safà, a seconda di chi vedono alla guida del mezzo è il prezzo del servizio, che si paga, comunque, assai volentieri.

Dopo altre varie peripezie, eccoci a Moptì, una caotica città di oltre 100mila abitanti, dove comanda l’industria del turismo, organizzato così, come viene. L’impatto è quello di sempre, eccetto per Djennè, poiché il visitatore viaggiatore, ancor più se dall’aspetto del tipico turista occidentale, è preso d’assalto da una miriade di guide, venditori di artigianato, procacciatori di clienti, proprietari di pinasse che, al grido di “monsieur”, “garcon”, “madame”, “mon ami” ti stringono ai fianchi e ti tolgono il fiato. Così è anche per noi. Solita tattica, breve pausa, profondo respiro e si riparte. L’albergo che abbiamo scelto sembra fatto apposta, si chiama “Ya pas de probleme”, frase che abbiamo sentito mille volte, allo stremo delle forze, sul punto di non farcela più, gli amici africani che avevi al fianco in quel momento ti rassicuravano proprio così: “ya pas de probleme”. Sistemazione dignitosa per 25mila safà, circa 40 euro a camera con prima colazione. È l’ora di pranzo quando saremo nella hall dell’albergo, dove scaricheremo, per l’ennesima volta, tutti i bagagli, per organizzare la tre giorni di pinasse.
La prima tappa di Moptì è la banca, per un cambio valuta. Fuori stazionano alcuni agenti, dietro la cassa pure, o così sembra. Un ragazzone alto e ben messo, prima ci inquieta, complice la sua divisa marroncina tipo militare, poi diventa più rassicurante e cordiale e ci cambierà gli euro in safà, contandoli 6 o 7 o 8 volte.
Il Niger a Moptì scorre per un gran tratto, attraversando l’intera città. Proprio nei pressi della banca troviamo il contatto per la pinasse, lì concluderemo l’affare. Ora si va al mitico Restaurant bar Bozo, frequentatissimo locale segnalato da tutte le guide, che si affaccia sul fiume nel porto di Mbali. Attraverseremo il solito devastante mercato, presso il quale agganceremo alcuni venditori che non riusciremo a scrollarci fino alla partenza del giorno dopo, sfileremo a fianco del suggestivo cantiere dove vengono costruite le pinasse, e faremo l’ingresso al Bozo.
Si sono fatte le 2 del pomeriggio, l’appetito dovrebbe essere soddisfatto da alcune brochette avec frites, tanto per cambiare. Attenderemo una buon ora e, nel frattempo, dalla bella terrazza sul fiume, saremo letteralmente catapultati all’interno, dentro una cupa e triste stanza, in quanto, nel giro di pochi minuti, quel caldo sole che illuminava Moptì era sparito dietro a nerissime nuvole di uno spaventoso temporale tropicale, portato da un vento fortissimo, che aveva levato un’enorme quantità di terra rossa e che aveva completamente modificato la fisionomia dell’ambiente circostante.

La sera, dopo un pomeriggio di riposo, l’appuntamento è nuovamente al Bozo, per poterlo apprezzare e godere nella sua veste migliore, quella della sera, quando le luci del cielo riflettono nel fiume, così come quelle delle barche che arrivano e che partono, con il loro sordo rumore, con il chiacchierio delle genti, che lavorano proprio lì, sotto la terrazza di questo vissuto e trascurato locale, carico di un fascino inimitabile.
Qualche scatto con un tempo alto per immagini che riproducono figure come fossero fantasmi che aleggiano sui bordi del fiume, alcune impegnate a lavarsi, altre nella sistemazione delle barche che il giorno dopo solcheranno queste acque scure. Scorrono le ore, serene, come un’estasi. Improvvisamente si alza un canto, un inno alla fede. Non c’è stanchezza, non c’è fame, non c’è nulla che può fermare questo rito religioso.
E, come d’incanto, l’ultima preghiera sostituisce il battere dei martelli sulle assi di legno, del cantiere a fianco. Potrebbero essere le 10 o le 11, la notte è arrivata, ma il lavoro non cessa. Solo il richiamo di Allah sospende per qualche minuto il frenetico lavoro degli operai.
Qualche minuto, giù in ginocchio, a flettere il corpo verso terra, rivolti alla Mecca, tutti insieme, tutti uniti, in una preghiera che si fa canto, per un credo che si fa adorazione.

©Roberto Roby Rossi

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