sabato 18 gennaio 2020

Timbuctù, poi solo deserto

meta di grandi viaggiatori

Timbuctù, poi solo deserto
Ci sono alcuni luoghi al mondo che sono nell’immaginario di ognuno di noi. Che forse non sappiamo bene, o per niente, dove si trovino, in quale parte del pianeta, a quale latitudine. Che però abbiamo memorizzato, pare da sempre, chissà per quale strana logica mentale, per quale combinazione chimica cerebrale.
Sono nomi di località che ricorrono, come fossero mete delle nostre vacanze o paesi della nostra infanzia. Eppure non li abbiamo mai visti, manco sulla cartina, manco sul mappamondo. Timbuctù è uno di questi. Timbuctù non fa parte certo delle tappe normalmente proposte dai tour operator o dall’agenzia di viaggio di fiducia. Timbuctù non sarà stata tra le mete consigliate da amici, nemmeno avremo parlato di lei con frequenza.
Tuttavia il suo nome risuona, come una musica spesso sentita, nella nostra memoria. Ma forse una ragione c’è. Nel disegno della grande giustizia, superiore a quella dell’uomo, certe regole si sono imposte, senza forza, con estrema naturalezza.

Ed è così che la storia di grandi popoli, di paesi, di persone, giungono a noi e diventano parte di noi, così, inspiegabilmente. Forse è questa la ragione che spiega il fenomeno chiamato Timbuctù, per secoli emblema del mistero di questo continente. Una storia ricca, carica di magia, di leggende, Timbuctù è stata l’agognata meta di grandi viaggiatori, richiamati qui dal fascino di un luogo ai confini della terra.
Hamoyè
, il nostro driver, ci presenta Kalil, un ragazzo tuareg che ci farà da guida in visita alla città. Kalil ha 28 anni e vive qui, in città, per circa otto o nove mesi all’anno, quelli di maggiore turismo. “Sono sempre meno i turisti che vengono qui – ci dice Kalil – in particolare sono calati i francesi, mentre sono cresciuti un po’ gli spagnoli e gli italiani”. Lui, alcuni mesi, li trascorre nel deserto “perché quella è la mia casa – precisa – là sono nato, là vive la mia famiglia, qui vengo per lavorare, ormai da una decina d’anni”. È un bel tipo Kalil, forte personalità, un bell’aspetto, quel carisma che gli consente di procurare clienti anche per altri suoi amici colleghi, quando lui è già impegnato. Le conoscenze che ha acquisito, la fiducia che si è guadagnato, gli permettono di svolgere un’attività al servizio del viaggiatore a 360°. Sulla terrazza dell’Hotel Hendrina Khan ci raggiunge la mattina seguente per iniziare la visita.

La notte non è stata sufficiente per recuperare le energie disperse nei giorni precedenti, ma la voglia di scoprire questa mitica città è grande, la carica emotiva lavora su quella fisica e la vince. Dopo la bufera della sera precedente, durata solo qualche ora, ma sufficiente per portare sabbia ovunque, ora splende il sole, mentre una luce chiarissima, quasi accecante, fa strizzare gli occhi. “C’è tanto da visitare qui – ci spiega Kalil – saranno giorni intensi”. Ci chiede se siamo pronti a scarpinare per le vie di Timbuctù, rispondiamo affermativo.
L’immancabile turbante blu, classico tuareg, è per proteggersi dal sole e dal calore, cosicché ci convinciamo di dotarcene uno anche noi, 4000 safà (poco più di 5 euro) per 4 metri di stoffa. E da lì abbiamo chiaro subito che acquistare a Timbuctù è, più o meno, come fare shopping nel Principato di Monaco. La conferma l’avremo quando, in una bottega che recava fuori la scritta “emporio”, pagheremo circa 20 euro un dentifricio, 3 bustine di un detersivo (che non lava) e una piccola confezione di sapone liquido.
È un prezzo per toubab”, uomo bianco, ci spiegherà sorridendo Kalil, mentre pazientemente avvolge la nostra testa nel turbante blu, disegnando nell’intreccio, la scritta “Dio” in arabo “è così che si indossa” ci dice.
Poi, per farci capire, scriverà in arabo, quella parola, su di un foglio.

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