sabato 15 agosto 2020

Timbuctù: una passato di prestigio, fascino, ricchezza

tra tende, capanne di fango, luce abbagliante e sabbia...

Timbuctù: una passato di prestigio, fascino, ricchezza
Concordiamo con Kalil, per questi 2 giorni, 40mila safà, circa 55 euro, e riteniamo la richiesta abbastanza congrua, anche in considerazione del fatto che la visita alla città, o meglio alle moschee e al museo, è pari a 5mila safà a testa, sia che se ne visiti una, come tutte quante. Regole africane, strane? Forse si, come tante di casa nostra. Sotto il sole che con il passare del tempo si fa sempre più ostile, visitiamo la Moschea di Dyingerey Ber, dove uomini e donne sono divise in due diverse sezioni e il minareto è ancora punto di richiamo del muezzin alla preghiera quando l’elettricità, ed è sovente, viene a mancare. Costruita nel 1327 ed è la più grande e più imponente delle tre moschee, rigorosamente in banko (fango), come tutte le altre costruzioni; saliamo sulla terrazza dalla quale si apre una veduta sulla città che spazia fino a dove il deserto segna l’orizzonte. Le margoillà molto diffusi da queste parti, stanno serafiche al sole, con dimensioni e sguardi che non lasciano indifferenti. Al pensiero che nei Pays Dogon, fra qualche giorno, dormiremo nei campement su una terrazza simile, abitata anche da questi lucertoloni, un brivido mi corre lungo la schiena, vincendo il caldo e il sudore che questo sole a picco procura. Mi concentro su altro e continuo per le strade di Timbuctù, tra tende e fango, luce abbagliante e sabbia che con la bufera della sera prima si è infiltrata ovunque.

Kalil
saluta tutti, lui conosce tutti. A noi invece, dopo l’immancabile rito del saluto “comme ca va?” “ca va bien”, puntuale la richiesta “donnez-moi un cadeau”, più ermetici i bambini con il semplice “cadeau”, ripetuto però all’infinito. Più ci avviciniamo al Grand Marchè, più serrante si fa la richiesta. Qui, all’interno di un grande edificio fatiscente, tanti fatiscenti banchi espongono di tutto, mentre ogni angolo è animato all’inverosimile da un’umanità variegata.
Gente sulle scale che staziona, seduta o poggiata alla parete o direttamente coricata a terra, altra che, con strana frenesia, si muove tra i banchi, altri ancora che improvvisano improbabili banchetti posizionati in discutibili luoghi, chi sulle scale, chi dinanzi a porte di passaggio, chi in anfratti precari e nascorti. E vendono galline, polveri colorate, batterie e cavi, ferraglie e pelli, sigarette sconosciute ed ogni altra mercanzia. Qui compreremo, da classici turisti, qualche t-shirt con la scritta “ho visto Timbuctù e ci tornerò”, ovviamente, come è di prassi, contrattando fino all’ultimo safà.
Lasciamo il Grand Marchè ancora più frastornati e, nel frattempo, s’è fatta l’ora di pranzo e la fame, non certo la golosità, ci chiama. Da ormai 15 giorni il menù varia da poulet grillet a cus cus avec legumes, da riz a brochette, nient’altro. E poiché le brochette trattasi di spiedino di carne, la stessa che rimane esposta sui banchi e che si intuisce sotto uno spesso strato di mosche, il cibo che assumo da 2 settimane è pollo, cus cus, verdure e riso. Con l’aggiunta dei prodotti della nostra caisse cuisine, acquistati a Bamako, ma che altro non è che ancora riso, in splendide buste liofilizzate. Ad accompagnare i succulenti pranzi una birra locale che, senza ironie, può definirsi buona. Consumiamo l’ennesimo (leggero) pranzo, un breve riposo utile anche a lasciare correre le ore più calde, per poi rituffarsi nella storia e cultura della città.

Qui sono arrivati tantissimi esploratori tra il 1600 e la metà dell’ottocento – cicerona Kalil – molti dei quali non hanno più fatto ritorno a casa, morti ammazzati o dispersi”. A testimonianza di questo sono le “case degli esploratori”, riconoscibili dalle targhe poste all’esterno che riassumono il nome e il periodo, come ad esempio quella di Renè Cailliè che, nel 1828, trascorse qui un intero anno, tornando con una serie di dati e documentazione che tracciavano un profilo di una Timbuctù già decadente, lontana dagli antichi fasti che la narravano, cosicché fu in patria accusato di essersi inventato tutto. Oggi queste abitazioni sono tutte private e solo alcune sono aperte al pubblico, come quella di Heinrich Bart, artefice di un incredibile viaggio lungo quasi 6 anni, travestito da tuareg, lungo il quale ha rischiato la vita più volte.
La casa di Bart è la più interessante, una specie di piccolo museo che espone disegni in parte originali e altri riprodotti, oltre a stralci dei suoi scritti.
Ritorniamo in direzione Grand Marchè per superarlo e raggiungere la bella Moschea di Sankorè, un tempo università e una delle più grandi scuole arabe del mondo musulmano, purtroppo non visitabile, poiché l’accesso è solo per i fedeli musulmani. Come anche la Moschea di Sidi Yahiya che prende il nome da uno dei 333 santi che vissero qui, come si racconta e si legge anche su alcuni muri della città. Fu una donna a volere questo edificio, Costruito nel 1400.

E di una donna si parla anche nella visita al Museo Etnologico, quella donna che diede vita a questa città, che la fondò attorno all’anno mille d.C.. La storia racconta che su quell’area giunsero nomadi tuareg per un accampamento stagionale e l’organizzazione del villaggio fu affidato ad un’anziana della tribù.
Il suo nome era Bouctou, in lingua tuareg “grande ombelico”, forse per una caratteristica fisica. Il termine “tim” deriva invece da pozzo, che la donna fece costruire e che ancora oggi sorge proprio lì, all’interno del museo. Il “pozzo di Bouctou”, questa sarebbe l’origine di Timbuctù, e da qui parte questa interessantissima visita, che porta alla conoscenza di numerosi oggetti raccolti nel tempo e qui ben custoditi, tra strumenti musicali, indumenti, gioielli, giochi e attrezzi dell’epoca. Un addetto del museo ci guida all’interno di questo percorso, illustrandoci, dettagliandoci e rispondendo alle nostre domande.
La giornata di lavoro per Kalil è terminata, un abbraccio e un salutoBuon riposo e a domani” gli diciamo, “inshalla” se Dio vuole, ci risponde. Speriamo bene...

Sono passate da poco le 6, è calata la luce, dobbiamo stringere i tempi se vogliamo, in totale autonomia, vedere la porta del deserto, a qualche minuto dall'abitato. Non è proprio consigliato muoversi soli, anche se mi convinco non ci sia alcun pericolo. La sera riserva a questo angolo d'Africa un aspetto un pò tetro, reso ancor più inquietante dalla presenza di un uomo che dice di essere il guardiano della porta. Qui in effetti si ergono le mura che delimitano Timbuctù con il deserto che, da lì a poco, diventerà territorio tuareg, con le sue immense dune, i suoi accampamenti, tende blu e cammelli che disegneranno questo straordinario affresco africano.
Un monumento alto qualche metro, decisamente non affascinante, poggia su una piattaforma circolare di cemento in memoria di qualcosa che ha che fare con la storia di questo popolo berbero.
Lì matura la decisione di andare al di là, oltre la porta, entrare nel deserto e con loro trascorerre una notte. Lo faremo il giorno sucessivo, raggiungendo le tende di un uomo blu che verrà a recuperarci a Timbuctù per portarci laddove vive con la sua famiglia, rigorosamente a bordo dei suoi cammelli.
Sarà una notte magica, sotto le stelle del deserto che qui si fanno grandi più che mai, una notte nel nulla, dove c'è tutto...

©Roberto Roby Rossi

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