venerdì 7 agosto 2020

Uganda, la democrazia che non c'é

Moroto 25 luglio 2007

Uganda, la democrazia che non c'é
Oggi abbiamo visto i nostri piccoli dell’orfanotrofio, che ritroveremo per l’ultima volta, venerdì 27, dopodiché saremo di rientro a Kampala. Di pomeriggio un po di riposo, particolarmente gradito poiché stavo cominciando ad accusare qualche colpo. Il riposo mi ha ristabilito appieno. Ieri sera, dopo cena, siamo uscito per la prima volta da quando si è giunti qui in Karamoja.
Siamo entrati nella Moroto By night, quella Moroto che ancora non conoscevamo, un po per semplice curiosità, un po per conoscere di più questa anomala città, a metà tra villaggio, baraccopoli e nonsochè, per entrare più dentro i suoi costumi, le sue usanze… e vabbè, per dirla tutta, anche per berci una birra fuori dal centro, nel quale siamo da dieci giorni e più.
Un piccolo strappo alle regole. Regole non scritte, non dette, perlomeno al sottoscritto, ma sottintese. Pare che don Sandro non abbia stappato allegramente una bottiglia di spumante, plaudendo la nostra scelta. Ma tant’è. Ci siamo bevuti una Bell, la birra locale, all’hotel Leslona, di proprietà di un dipendente o ex dipendente statale, uno di quelli che ha chiaro, con tutta probabilità, il funzionamento del sistema di corruzione messo in atto da questo governo (di cui ho già scritto in un precedente pezzo ndr).
Lui, ci dice, grazie a questo sistema ci ha fatto l’albergo. Lo dicono tutti, lo sanno in tanti, vox populi… e se è vero che nulla capita per caso è bene conoscere un po di storia recente del Karamoja e dell’Uganda, quella storia che fa seguito alla cessazione del protettorato britannico, avvenuta nel 1962, quando ha termine la legislazione di distretto chiuso.

Questa legislazione era stata presentata dagli inglesi come un intendimento umanitario, volto a proteggere le popolazioni cosiddette primitive dallo sfruttamento esterno. Gli ugandesi hanno invece sempre rivolto agli inglesi l’accusa di aver voluto mantenere il distretto in una situazione di zoo umano, di museo vivente delle popolazioni, prima del contatto con la civiltà.
Al fondo della legislazione c’era, però, la fondamentale legge economica che ciascuna colonia dovesse pagarsi da sé stessa: non potendo i karimojong permettersi il lusso di un’amministrazione (di cui nemmeno avevano bisogno, secondo la loro cultura tribale), questa non fu loro data. La chiusura del distretto diventava allora l’unica garanzia per il mantenimento dello status quo.
Dopo il 1962, con l’avvenuta indipendenza, il governo ha nettamente incrementato i servizi sociali con un servizio umanitario più capillare, con miglioramenti nei trasporti pubblici e con la realizzazione della scuola gratuita. Mentre i due ottenevano un grande successo, le scuole ancora oggi non sono state del tutto accettate dalla popolazione.
La scuola allontana i bambini dai genitori a circa cinque anni e tiene lontani i più grandi dalla cura della mandria, impedendo loro di diventare buoni allevatori. Fino al 1964 tutte le scuole erano organizzate dalle chiese missionarie cattoliche e protestanti ed era necessaria una certa conformità al cristianesimo per potervi partecipare. I karimojong hanno sempre mostrato uno scarso interesse per il cristianesimo, soprattutto per le regole morali che impone (non uccidere, monogamia, comandamento dell’amore per i nemici).
Il trasferimento delle scuole all’autorità governativa con gestione laica ha leggermente incrementato le presenze degli alunni. La gestione democratica del potere in Uganda ha avuto breve durata, per poter incidere realmente nella vita karimojong e, soprattutto, per poter modificare l’atteggiamento di indifferenza e di ostilità della popolazione nei confronti dell’autorità politica centrale.
Nel 1971 prende il potere il generale Idi Amin, che perpetra un’azione devastante a livello culturale ed economico. Con ordinanza militare del 1° aprile 1971, egli proibisce ai karimojong di vestire con pelli animali (molto resistenti tra i cespugli spinosi del Karamoja), agli uomini di circolare nudi o avvolti soltanto in un peplo.
Alle donne di indossare collane che indicano il loro stato coniugale. Parecchi karimojong vengono uccisi a vista in quanto disobbedienti, per di più l’esercito si aggiunge al novero dei razziatori di bestiame e migliaia di capi vengono rubati e venduti dai militari alle industrie conserviere ugandesi.
E’ per questo motivo che i governi centrali in genere e i loro dipendenti sono considerati dai karimojon dei veri e propri ngimoe (nemici).

©Roberto Roby Rossi

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