sabato 24 giugno 2017
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Quando gli scafisti eravamo noi

la fame fa morire, la fame fa arricchire

Quando gli scafisti eravamo noi

"Quando la memoria va a raccogliere rami secchi, ritorna con il fascio di legna che preferisce” recita un proverbio africano.
La nostra, di memoria, ha portato a casa i rami degli “italiani brave gente”, ma ha lasciato a terra quelli di chi cercava un posto al sole in Libia o in Etiopia, magari bombardando con i gas i villaggi di gente inerme.

La nostra memoria ha dimenticato l’infamia delle leggi razziali, ha scordato di raccogliere i rami lasciati da chi, un tempo come oggi, è partito da un paese che non gli dà da mangiare. I dati Istat del 2013 ci dicono che sono più gli italiani andati all’estero, degli stranieri arrivati in Italia. Oggi si è fatta ancora più corta, quella memoria. Facciamo presto a dimenticare chi muore per una guerra spesso scatenata da noi; o a causa di fame e miseria dovute allo sfruttamento di una parte del mondo sull'altra; o per colpa di malati fondamentalisti che odiano l’Occidente, quell’Occidente non più capace di accogliere umanamente neppure chi fugge dalla morte.

Dimenticare significa perdere la nostra storia e la storia di tutti quelli come noi. Ed è proprio quello che vogliono, coloro che sono gli autori di questo mondo così sbagliato, così ingordo di comando, un mondo così truce dove l'opulenza smisurata di una minuscola parte produce la miseria e la morte di milioni di persone, tra stenti, fame, sete, malattie.

E il nostro Paese è un paese che dimentica molto in fretta, o forse che non vuole ricordare perchè incapace di fare i conti con il proprio passato. Una storia di colonialismo, di fascismo, di terrorismo. Di guerre sempre sbagliate, semmai possa esistere una guerra giusta... Ma anche un Paese fatto di quelle cosidette “organizzazioni criminali”, che si chiamano mafia, ndrangheta, camorra, sacra corona unita, ma che in realtà altro non sono che pezzi di potere economico e politico che dal dopoguerra si sono sempre più affermate, quasi legittimate da classi politiche che si sono succedute, da repubbliche che si sono avvicendate, replicandosi ed ingegnandosi per mantenere uno status quo che consente sempre agli stessi di rimanere lì, dove il cielo è sempre più blu.

Ma creando anche un sistema al quale, anche le “nuove forze”, le "nuove facce”, si “devono” adeguare, spesso senza fare troppa fatica, perchè i privilegi, in fondo, piacciono a tutti. E chi se ne importa se il prezzo di tanti privilegi pesa come un macigno su tutti gli altri. Anche su chi ti ha sostenuto, su chi ha creduto in te. Quando cominci a godere di certi piaceri svanisce tutta la memoria delle tue indignazioni contro quel sistema, lo stesso dentro il quale invece adesso ti ci trovi così bene.

Il nostro Paese è un paese dove il passato non passa mai veramente,ma rimane sempre lì, ben nascosto nei meandri del presente. Mai vè' stata una vera rottura con ciò che è stato prima, solo la facciata è mutata, un semplice e disinvolto cambio d’abito, cosicchè i funzionari sabaudi sono rimasti ai loro posti durante il ventennio e quelli fascisti hanno fatto altrettanto nell’Italia del dopoguerra. Un Paese, il nostro paese, dove politici ex PC portano avanti politiche liberiste e sostengono, senza alcun imbarazzo, ministeri di governi fortemente concordi su ogni principio di mercato selvaggio.

Anche l’emigrazione è una storia italiana ormai dimenticata. Non solo nelle coscienze della gente, ma, ancor più grave, dimenticata spesso anche nei libri di storia, o relegata in sottili tagli o piccoli minuscoli piè pagina.

Storie che è roba da museo, vicende da archivi polverosi destinati a marcire, insieme alla memoria. Pezzi fondamentali della nostra cultura, storie di tante vite, quelle dei nostri padri, dei nostri nonni, che ci hanno lasciato perchè fossero custodite con l'attenzione di una reliquia, per il valore che racchiudono ognuna di esse, perchè aiutassero a non ripetere gli stessi errori, gli stessi orrori.

Invece si ripetono, oggi come ieri, ma sarà anche domani, e ancora dopo, perchè ci stanno privando della verità, ci stanno derubando la nostra storia.

Un Paese, il nostro paese, sempre pronto a celebrare gli eroi delle guerre più strane, quelle che hanno portato il fermento nelle nostre svuotate anime nazionalistiche, che hanno dato corso a scontri diplomatici, tra morti ammazzati e i loro carnefici. Prese di posizione che scaldano i cuori del nostro “essere italiani”, cuori freddi come ghiaccioli se invece morte, fame, oppressione riguarda “gli altri”, perchè l'effige che scolpisce il nostro credo è “prima di tutto noi”.

Ignorando, come ignoranti, che “noi” siamo stati “gli altri” per un lungo tempo. “Noi” siamo quelli che sono stati costretti a partire, a emigrare, a perdere la nostra battaglia, quella che abbiamo combattuto per rimanere con i nostri figli, con le nostre mogli, con le nostre mamme, con la nostra famiglia, ma che, alo stremo dele forze, abbiamo dovuto lasciare. E andare via, lontano, con una sola speranza nel cuore: la speranza di tornare e di riabbracciare tutti quelli che ti mancheranno tremendamente, ogni giorno, ogni, minuto, ogni istante.

Eravamo irrisi dai francesi, “ritals” ci chiamavano con scherno, un soprannome spregiativo perché non riuscivano a pronunciare correttamente la r francese. Anche quello abbiamo dimenticato, mentre molti invece fanno finta di non ricordarlo.

Il grido di guerra che si sente alzare è “rimandiamoli a casa!”, “affondiamo i barconi!”, mentre i più saggi, anzi i più ipocriti, hanno la soluzione nel “aiutiamoli a casa loro”, oppure “mettiamoli in grado di essere autosufficienti” o ancora “creiamo là le condizioni per le quali...”. Arroganza misto ipocrisia, quella più becera, che affonda la propria necessità di essere creduto, di avere proseliti, nel sangue di milioni di persone, nei cadaveri di chi non ce l'ha fatta, e galleggiano nei mari, davanti le nostre coste che si fregiano di bandiere blu d'europa.

La colpa di cui ci macchiamo ogni volta che parliamo e parliamo e parliamo, non sta solo nell'incapacità di capire la profondità delle tragedie di chi fugge, di ciò che si lasciano alle spalle. No, la colpa che nessuna mano, santa o demoniaca, potrà mia lavare via è quella della consapevolezza che le parole che facciamo sono vuote, false, perchè altre sarebbero le politiche da attuare. Quelle che non sono consentite, che non si vogliono praticare, perchè quello che si vuole è esattamente ciò che si ha. Povertà e miseria, sottomissione e guerre da una parte, potere ed opulenza, controllo e oppressione dall'altra.

Ecco come si spiega l'atrocità di un'umanità che ha perso. Perchè tutta l'umanità ha perso. Sia quella che comanda, sia quella che subisce. Perchè non può esserci piacere sulle disgrazie altrui. Perchè non si può costruire nulla sulle macerie umane. Anche chi crede di poterlo fare, o lo sta facendo, sta spendendo la sua vita su un terreno molle, sta dividendo le sue fortune con chi è svuotato di valori veri, con chi ha venduto l'anima per un impero, un impero che gronda di sangue, una ricchezza materiale che impedisce di provare la gioia vera in una mano che stringi, in un sorriso che ricevi, in un abbraccio, in un bacio, in una parola. Perchè tutto questo è immateriale, e non arriva a quel cuore freddo, calcolatore, ridotto ad essere solo un muscolo dell'organismo.

Ed è così che abbiamo rimosso ogni ricordo, che ci diventa persino difficile capire il dramma di chi prova a raggiungere le nostre coste, risalendo quel mare contromano che noi, invece, con poche centinaia di euro e un visto regolare, possiamo attraversare a nostro piacimento per andare in quei Paesi dai quali proviene chi è costretto a pagare migliaia di euro e a rischiare la vita su barconi sgangherati in balia di scafisti criminali. Abbiamo perso la misura del mondo.

Eppure lo sapevamo anche noi, ma lo abbiamo scordato. E non lo vogliamo più ricordare.

Una pagina di giornale che ho trovato in giro scrive: “...furono gettate a mare le lance, ma si riempirono subito di tante persone che, per soverchio peso, le fecero affondare e così tutti i disgraziati che vi erano precipitati invece che la salvezza trovarono la morte. La costa era lontana 3 chilometri dal piroscafo e gli scogli che superavano l’acqua circa un chilometro e mezzo. Venticinque o trenta uomini si salvarono guadagnando a nuoto gli scogli dove rimasero per tutto quel giorno e la notte successiva, senza nulla da mangiare”. Non è la pagina di un giornale di questi tempi, bensì di un giornale dell'agosto 1906, che parlava della Sirio, una barca salpata dal porto di Genova diretta in Brasile, Uruguay e Argentina, che si schiantò ad alta velocità contro degli scogli del basso fondale davanti a Capo Palos, in Spagna. I passeggeri erano emigranti italiani, le vittime furono circa trecento, scrive il pezzo, ma il numero non tiene conto di oltre un centinaio di clandestini spagnoli imbarcatisi lungo il percorso. Al museo di Capo Palos si possono vedere ancora oggi quei volantini che pubblicizzavano questi viaggi illegali.

Il 1927 toccò al più grande transatlantico costruito per una società italiana, il Mafalda, che sulla stessa rotta, giunto al largo delle coste brasiliane, a causa di una falla iniziò ad inclinarsi e non vi fu nemmeno il tempo di calare le scialuppe di salvataggio per evitare la morte di altre trecento persone, secondo le stime delle autorità italiane, anche stavolta tutti emigranti. Per le autorità brasiliane e argentine le vittime furono oltre 650, molte delle quali divorate dagli squali.

E quando non erano le navi a cedere o gli equipaggi le cause delle tragedie, intervenivano le epidemie. La fine del secolo precedente, nel 1894, segnò un'altra immane perdita di connazionali che, a bordo della nave italiana Matteo Bruzzo diretta a Montevideo, si ammalarono di colera. In mare vennero gettati centinaia di cadaveri, ma le autorità uruguayane impedirono alla nave di attraccare, minacciando di prenderla a cannonate. Il ritorno fu un viaggio all'inferno, con un numero di morti imprecisato.

Per riprendere una frase storica di Karl MarxLa storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”.

Un giornale di quel tempo, in una pagina interna dove si parlava della tragedia della Matteo Bruzzo, scriveva così “...le compagnie armatoriali creano una fitta rete di agenti in tutta Italia per accaparrarsi gli emigranti. Gli abusi, le speculazioni e le truffe sono all’ordine del giorno. Gli agenti delle compagnie sono molto attivi: quelli che vogliono abbandonare l’Italia sono moltissimi e le tangenti che gli armatori pagano per ogni biglietto venduto sono altissime. Sono gli stessi agenti che in molti casi anticipano ai più disgraziati il denaro per il biglietto con un tasso d’interesse da brivido”.

Lo sapevamo anche noi.
E la storia si ripete con altri attori.
E ancora oggi, come allora, la fame faceva morire, e faceva arricchire.

E anche da noi a quel tempo, come oggi altrove, c’era chi guadagnava facendo lo scafista.

©Roberto Roby Rossi


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