lunedì 11 dicembre 2017

Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario... lei mi crede pianista in un bordello

la luce in un libro

Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario... lei mi crede pianista in un bordello
Avevo 24 anni, studi terminati, ma ancora non avevo deciso cosa volevo fare da grande. Sono passati 30 anni e sono ancora lì, in attesa di una risposta certa e definitiva.
Quando si coltiva la passione per il viaggio e per la scrittura, 2 sono le cose: o hai soldi da spendere e fai il viaggiatore narrante, spargendo fascino a destra e sinistra, ma in verità altro non sei che un mantenuto da mamma e papà, e non era il mio caso. Oppure vaghi di redazione in redazione, quella che dovrebbe essere la tua postazione di lavoro, ma la tua richiesta non è quella di chiuderti lì dentro, bensì proporti come free lance itinerante, presentando progetti che hanno l'unica finalità di essere pagato e sponsorizzato nei tuoi viaggi e nei tuoi scritti.
Ho dovuto optare per questa seconda soluzione e mi è andata bene in qualche occasione, circa nell'1% dei casi.
Poi un giorno, davanti ad una vetrina di Feltrinelli, a Milano, vengo catturato dal titolo di un libro, su semplice copertina bianca “Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario... lei mi crede pianista in un bordello.
Scritta nera in corsivo, come uscita da una penna, e sopra il suo autore: Jacques Séguéla.
Nel suo nome ci ero già inciampato qualche anno prima per un viaggio a bordo di una 2 cavalli che aveva fatto diventare un libro, titolo “La Terre en ronde”.
Eccolo lì, avevo pensato in quel primo momento, un altro di quelli che, sulle spalle dei genitori, fanno finta di lavorare e invece “cazzeggiano” in giro per il mondo.
Un rantolo di invidia e di pura rabbia da depressione. Pace con Séguéla la faccio dopo 15 giorni, dopo aver girato l'ultima pagina di quel libro che acquistai e lessi solo per il suo titolo.
Si è vero, non è un granchè da dotti e acculturati leggere un libro per il suo titolo.
Ma nemmeno ho la pretesa di passare da dotto e acculturato. La verità è quella, quindi...
Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario... lei mi crede pianista in un bordello.” è stata la lampadina di Archimede, Edi, che si è posata per un istante sulla mia spalla sinistra e, fissandomi negli occhi mi sussurra “Roby, hai capito adesso?...”.
Si Edi - gli ho risposto – ho capito. E nasceva così la mia piccola casa editrice che, non a caso, si chiamava “Itinerari Editore”, una microredazione ed un piccolo plotoncino di gente on the road, chiamati a raccogliere dati e informazioni, scattare foto, scegliere strutture e locali da consigliare all'interno di quelle guide, prime prevendute alle strutture stesse, poi in cerca di fortuna tra gli scaffali e le vetrine delle librerie.
Itinerari Editore” si manteneva così, stampando guide turistiche già in buona parte prevendute.
Mercì Jacques, grazie per quelle pagine illuminanti.
Quel libretto che rimane una pietra miliare nelle edizioni della Lupetti & Co. e dei saggi in generale mi ha fatto amare la figura del pubblicitario che, fino ad un istante prima, non vedevo così di buon occhio. “Vendono fumo”, mi si diceva tra gli amici occasionali che sedevano salottini del perbenismo radical chic.
E allora ok, tenetevi le vostre sciccose convinzioni e comunque, per favore, “Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario... lei mi crede pianista in un bordello.”.
Beh si, anche a casa il fatto che fossi sempre in viaggio non li faceva impazzire di gioia. Ancor meno che quel mio peregrinare dalle Dolomiti alla Calabria, isole comprese (detta in stile spot promozionale), mi fosse consentito grazie a questa formula editoriale poco chiara. Vallo tu a spiegare a tua madre, operaia sarta da quarant'anni che il lavoro fisso prima di tutto. Meno difficile fu per mio padre, già viaggiatore a suo tempo, nato nel pieno della prima grande guerra che lo aveva portato a vivere l'Africa, per poi amarla e lasciare a me in eredità quella passione, quel “Mal d'Africa” che è l'unico male che adoro.
Quella piccola casa editrice per 15 anni mi ha regalato viaggi e conoscenze con la gente più disparata della terra, altissimi e bassissimi stati d'animo che mi hanno insegnato che nessuna cosa, tranne una, è incontrovertibile, è per sempre. Tanto lavoro ma, soprattutto, tanta vita ho messo là dentro.
Non avevo il tempo nemmeno di fermarmi a realizzare, il vortice centrifugava tutto, amicizie e sorrisi, stanchezza e delusioni, parole, musica, immagini, pensieri, nottinbianco, chilometri, orizzonti, incontri, strette di mano, confidenze inconfessabili, cieli diversi, mare, montagna, verdi colline, piogge, semafori, cene, rhum... tutto dentro, sceccherato e girato in un bicchiere che spesso bevevo da solo, volto verso la luna, sperando che nessuno ancora avesse tradito la mia richiesta che era quella di sempre “Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario... lei mi crede pianista in un bordello.
Poi le cose vanno come vanno, la vita è fatta così com'è. E tu arrivi a gestirla fin dove ti è consentito. E non devi fartene un cruccio. E' così, come scrive Erich FriedE' quel che è”. Al di là delle aspettative, delle volontà, delle attese, delle paure, dei giudizi..: è sempre quel che è.
E per fortuna che è così. Ad ogni agguato si apre una sfida. E la vita è oltre quell'agguato. Vinci la sfida e vai oltre. Non importa come ne esci, l'importante è uscirne. Anche sfinito, provato e senza forze. E' il prezzo che hai pagato per vincere la sfida. Nel sole che sorge e rischiara il nuovo giorno è da dove attingere l'energia nuova, per recuperare quelle forze dalle quali ripartire.  
C'è un'altra missione che ti aspetta, è lì e ha bisogno di te per compierla. E tu ci sei, forte più di prima.
Solo una cosa però chiedi, la solita, con ostinazione “Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario... lei mi crede pianista in un bordello.”.
E se ogni tanto un pubblicitario eccede in narcisismo, capitelo, è il giusto riscatto delle merci. Perchè come scrive Séguélal'abitudine di parlar sempre bene delle marche che a tal scopo lo pagano, porta il pubblicitario ad un vizio: vuole che si parli sempre bene di lui, Come Lammenais*, il pubblicitario vuole che lo si ami. Selvaggiamente.
Perchè possa continuare a viaggiare e a chiedermi “cosa voglio fare da grande”, vi prego, Amatemi con tutto il vostro cuore.

p.s.: non so se si è capito, ma il messaggio non troppo subliminale è un invito alla lettura di questo libro (ndr).

©Roberto Roby Rossi

*Hugues-Felicitè Robert de Lamennais (1782 1854)
 

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