sabato 18 gennaio 2020

Pays Dogon e la malaria

“Maintenant tu est plus african”

Pays Dogon e la malaria
Maintenant tu est plus african” mi dice sorridendo Patrick, il giovane dottore che mi ha appena diagnosticato il paludism, la malaria.
Tra viaggi di piacere, ricerca e documentazione erano ormai quasi trent’anni che scampavo a questo tipico malanno africano. E così adesso diventavo un po’ più africano, come mi diceva il divertito Patrick. Febbre, dissenteria, nausea mi accompagneranno per qualche giorno, ma l’efficacia delle 14 pastiglie giornaliere prescrittemi, riduceva al minimo la mia degenza.

Cosicché, dopo soli 3 giorni dall’esame della goccia spessa che sentenziava quanto non avrei mai voluto sentire, ero di nuovo in giro per i Pays Dogon, più incosciente che guarito. Il sole in quei giorni picchiava forte, tanto quanto era forte il richiamo di quei paesi. L’arrivo a Bandiagara era atteso da troppo tempo, l’eccitazione di quei luoghi superava i postumi lasciati dalla malaria.
possatezza e debolezza erano colmati dall’entusiasmo, gli itinerari programmati non potevano essere disattesi per colpa di una semplice febbriciattola… La visita a quei villaggi dove Ali 2000 porta l’acqua era il life motiv della nostra venuta nel Mali. La conoscenza dell’intero territorio maliano era necessaria per capire il contesto dentro il quale l’associazione piacentina andava a portare aiuti ed assistenza.
E i 15 giorni precedenti erano stati dedicati a questo scopo. Ora però eravamo lì, dove, da oltre 10 anni, Fulvio con un gruppo di amici dedicava il suo tempo libero, dove nasceva Ali 2000, dove erano stati perforati una trentina di pozzi d’acqua potabile. E dove altri ancora sono in costruzione. Fulvio e gli amici volontari di Ali 2000 erano ben noti da quelle parti, ed era ben noto tutto il lavoro laggiù svolto, tutti gli interventi a favore di quel popolo. Un popolo fatto di gente ospitale, straordinaria nella loro povertà, forte di una dignità superlativa.

Lì, ai piedi delle falesie, conosceremo Maria, una ragazza vicentina che opera nel Crmt, il centro ospedaliero che andrò, prima a visitare, poi a farmi visitare, e dove Patrick mi onorerà del riconoscimento di mezzo africano. Lì conosceremo Mabò, la nostra guida. Lì conosceremo Amadou, il bizzarro referente di Ali 2000, e un altro Amadou, l’amico fraterno di Mabò, che mi farà da interprete e sarà grande conforto nella mia giornata di degenza presso il Crmt. Nei Pays Dogon trascorreremo gli ultimi dieci giorni, esplorando una terra fantastica, vivendo insieme ad un popolo straordinario.

CRMT Centro Regionale di Medicina Tradizionale


Tutto risale alla carestia che nel ’76 piegò questo paese, in seguito alla quale la cooperazione internazionale italiana inviò un programma d’emergenza. Ne prese parte un medico, Piero Coppo, che diede inizio ad un lavoro di ricerca sulla medicina tradizionale.
Ne nacque un progetto finanziato dal Ministero degli Esteri Italiano, in convenzione con il Ministero della Salute del Mali, che prevedeva uno studio per l’integrazione delle nostre conoscenze in campo medico, con la pratica della loro medicina. Alla tecnica prettamente tribale dei guaritori locali, veniva così affiancato l’utilizzo di cure di cultura occidentale e di medicinali, fino a quel momento non concepiti.
Si andava pertanto a formare una tecnica mista che consentiva, in tal modo, una maggiore efficacia agli interventi precedentemente praticati. Un modo, intelligente e non invasivo, che ha permesso di salvare vite umane, senza delegittimare l’operato dei guaritori.

Tutto questo ci viene illustrato, con grande trasporto, da Maria Stocchiero, una ragazza di Vicenza con laurea in psicoterapia, giunta al termine della sua esperienza in terra maliana. “Qui, in questa struttura creata apposta per questo progetto, ho trascorso 3 anni – ci racconta – con risultati incredibili, lavorando ogni giorno al fianco di questa gente, straordinaria, che mi mancherà tantissimo”. Si emoziona mentre ne parla, è evidente il sentimento che la lega a questi luoghi. Ha imparato ad amare quella gente, quel popolo così povero, così dignitoso “la prima volta che sono arrivata qui – ci dice - ho vissuto una strana sensazione, come di appartenenza, mi sono subito sentita una di loro, non so spiegare…”.
Non ce n’è bisogno Maria, nessuna spiegazione, sapessi quanto mi sia tutto così chiaro…

©Roberto Roby Rossi

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