domenica 17 febbraio 2019

Atterriamo a Minsk

sono le 15, 30 del 24 aprile

Atterriamo a Minsk
Eccoci a destinazione. Sono le 15, 30 del 24 aprile. Atterriamo, dopo poco più di tre ore, con un volo charter a Minsk, capitale della Bielorussia. A bordo di questo aereo solo volontari di associazioni che operano a favore di questo paese.
Il nostro è un gruppo composto da una decina di persone che partecipano alle iniziative umanitarie dell’Associazione Travo – Valtrebbia per l’accoglienza e la solidarietà, con sede a Travo, presieduta da Annibale Gazzola. Ad accoglierci una bella giornata di sole. Il piacevole tepore ci fa capire che quei maglioni e capi pesanti forse rimarranno in valigia così come sono partiti. Tutto procede bene. Le pratiche doganali vengono smaltite velocemente.
I bagagli arrivano con altrettanta celerità. D`altronde l’aeroporto manifesta un’inaspettata tranquillità. Oltre a noi, pochissima gente. Strano per una capitale di quasi due milioni di abitanti. Pochi gli scali, poche le partenze. Evidentemente la Bielorussia non è tra le mete turistiche preferite. Poco più di mezzora dall’atterraggio e siamo già con le nostre valigie oltre la porta di questa moderna struttura dall’architettura semicircolare.
Nessun intoppo, nessuna difficoltà. Che comunque nemmeno avevamo considerato. Perché nella nostra testa ormai c’è una sola cosa: i bambini di Chernobyl. I “nostri” bambini.

Quelli che da qualche anno vengono ospitati nelle nostre case, accolti nelle nostre famiglie. Quelli che da qualche anno trascorrono, nel periodo estivo, da uno a tre mesi, nella nostra provincia. Quelli che vivono le conseguenze della catastrofe nucleare più disastrosa al mondo. Quelli che ora vivono in condizioni di grande difficoltà. Sotto l’aspetto sociale, sotto l’aspetto economico, sotto l’aspetto della salute.
Succedeva il 26 aprile di 22 anni fa che la centrale nucleare di Chernobyl esplose. Succedeva che 2/3 di sostanze altamente radioattive sollevate in aria andò a coprire tutta la parte sud est della Repubblica di Belarus, un’area pari al 23% dell’intero paese. Nel ’92 si stimò che il danno totale economico del disastro ammontava a 235 miliardi di dollari Usa.
Il governo locale assegna per la liquidazione delle conseguenze circa il 20% del bilancio, includendo nel calcolo anche gli aiuti dei paesi stranieri. Troppo poco, perché il danno è veramente immane.
Alcuni dati che riportano al 2003 dicono che dall’area contaminata sono stati evacuate circa 133.000 persone, decine di migliaia da Gomel e Moghilev, le regioni più colpite. Per loro sono state costruite 60.000 case ed appartamenti, sono stati creati 29.000 nuovi posti nelle scuole dell’obbligo, oltre 10.000 tra materne ed asili.
Tuttavia, ad oggi, le conseguenze della catastrofe non sono ancora prevedibili. Le prognosi medico biologiche non sono rassicuranti. Continuano, più attuali che mai, i dibattiti sulla concezione dei livelli di contaminazione accettabili per una vita normale. E continua ad esserci poca chiarezza sull’influenza delle piccole dosi di radiazioni sulla salute e sulla biogeocenosi. Tristemente la Repubblica di Belarus è diventata campo di studi per le catastrofi nucleari. La popolazione bielorussa porta oggi, come i giapponesi ieri, la croce di una comune tragedia storica.
Questi sono i drammatici dati, come in un bollettino di guerra, della realtà di questo paese. Un paese che si è svegliato una mattina profondamente ferito, piegato su se stesso. Nelle sue risorse, nella sua gente, nel suo futuro. Un futuro fatto di bambini innocenti, bambini che portano sulle spalle un fardello troppo pesante. Bambini ai quali è stata negata la possibilità di una vita serena. Bambini ai quali sono state compromesse le circostanze per una vita normale.
Sono i bambini di Chernobyl
. Bambini che devono essere presi per mano. Che devono essere condotti lungo una via di speranza, di amore. Perché sono bambini, perché hanno diritto ad una vita migliore. Da domani andremo a trovarli. Per abbracciarli, per guardarli negli occhi, per dare loro un bacio. Per prenderli per mano. Per dire loro che noi ci siamo. Che siamo con loro.
E per camminare insieme a loro.
(continua...)

©Roberto Roby Rossi

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