sabato 7 dicembre 2019

La meraviglia occulta la disperazione

l'industria del turismo lascia ben poco alla gente del posto

La meraviglia occulta la disperazione
I postumi del viaggio, questa mattina, si fanno sentire. Eccome. Schiena e gambe urlano vendetta! Qualche livido sparso per il corpo mi riporta alla memoria il giorno precedente. Un viaggio a bordo di un bus che credo la mia mente vorrà rimuovere al più presto. Meglio non rimanga traccia, nessuna memoria!
Non risulterà comunque difficile superare questo momento di stordimento. Quello che c’è là fuori, oltre le due grandi finestre della camera, è il toccasana più efficace.
La meraviglia si apre davanti ai miei occhi, illuminato da un sole che splende alto. Sono dentro ad uno dei poster che vendono sogni! La distesa di sabbia bianca, le palme che contornano dei semplici gazebo in bambù, lettini in legno sopra i quali si distendono gialli materassini che solo a vederli ne senti la morbidezza e la comodità. E più in là l’Oceano Indiano, con le onde che si infrangono a qualche decina di metri dalla spiaggia, laddove inizia la bar- riera corallina. Un dipinto non poteva essere pensato più incantevole.
Questa era invece la realtà, questa è Malindi. "beh sì, ne valeva la pena" accenna Nicolò, che un secondo dopo è già là, con costume e telecamera, in perfetto stile turista. Tuttavia, la nostra presenza qua, è strettamente legata al motivo per il quale ci troviamo qui in Kenya, come volontari di un’associazione umanitaria. Vero è che per chi ci vede, in questo momento, distendere i nostri corpicini al sole, nel mezzo di questo popò di meraviglia, risulterà difficile attribuirci tale veste. Ma così è, anche se l’apparenza, come spesso capita, inganna.
Come è ingannato chi crede che qui sia tutto così, un sogno, un incanto. Questa è la facciata. Dietro c’è altro. Anche qui c’è l’Africa, quella dimenticata, quella vera. Quella della miseria, della fame. Questa Africa che chiama, questa Africa che non ha risposte. Questa Africa che va bene così com’è, funzionale al sistema del potere. Questa Africa di cui si riempiono la bocca i magnati dell’industria, i saccenti dell’economia mondiale, i premier dei paesi ricchi, i predicatori del Vaticano. Si riempiono la bocca di Africa e le tasche di quattrini.

Ma è storia vecchia, sempre la solita. Purtroppo. Anche qui, dentro questa cartolina di sole-mare-spiaggia-palme, c’è nascosto, ma neanche tanto, l’Africa della miseria-fame-malattie-morte. Anche qui, al fianco di questi meravigliosi resort, sorgono villaggi dove la gente locale vive in con- dizioni penose. Per intenderci, nulla a che fare con quello che vedremo quando, di ritorno a Nairobi, andremo a vivere la realtà degli slum. Proprio nulla a che vedere. Senza dubbio qui però è più facile ed immediato il raffronto tra la vita da nababbi del Coral Key e simili, con le misere condizioni di vita della gente del posto. Sì, perché se è vero che l’industria del turismo porta qui ogni giorno masse di gente gonfia di denaro, pare altrettanto vero che quel che lascia non sia più di qualche mancia o, ancora peggio, pochi scellini di elemosina a coloro i quali, forse sfugge, sono i padroni di casa. Ma si sa come vanno le cose. Pochi, pochissimi imprenditori arrivati qui quindici o vent’anni fa che hanno investito costruendo residenze ed alberghi mille stelle a costi bassissimi, riempiti ogni giorno da tour operator che vendono: vitto-alloggio-divertimento-escursioni-intrattenimento-souvenir, ma se si vuole anche foto e video ricordo, baci abbracci e tanti saluti! Tanti saluti per questa gente nata e cresciuta qui che non può fare altro che assistere all’arrivo e alla partenza di questa flotta di turisti.
Turisti che non possono nemmeno avvicinare, perché un preparatissimo e sottopagato servizio di vigilanza, piazza le sue guardie (askari), dall’ingresso degli hotel fino alla spiaggia, perchè nessun ospite deve essere importunato. E’ vero che l’insistenza e la pressione di questa gente è spesso eccessiva, ma la fame fa superare ogni senso della misura.

"Meglio chiedere che rubare - ci dirà Bruno Portabene - noi vendiamo i nostri oggetti di artigianato, oppure chiediamo di poterli accompagnare in visita alle nostre case, alle spiagge, per mare..." Già, meglio chiedere che rubare. Lo dicono loro, i cosiddetti beach boys, i "ragazzi di spiaggia", quelli che conosceremo, che ogni giorno si ingegnano come portare a casa qualcosa da mangiare, per loro, per i figli. Bruno Portabene è un ventiduenne che ha pensato di darsi questo soprannome perché "funziona - ci dice - la gente preferisce uno che fa di nome "portabene" anziché "portasfiga"!".
Non fa una grinza, e ci facciamo una risata.
In stagione qualche lavoretto lo trovano con maggiore facilità, poi arrivano momenti come questo, che di turisti se ne vedono pochi e trovare un’occupazione è quasi impossibile. E mangiare comunque si deve, la fame non ha stagione. Qui, in questo paradiso terrestre, dove negli anni ’80 portavano le loro natiche i potenti dell’ex partito socialista italiano e dove oggi l’èlite del turismo mondiale si da appuntamento ogni anno, c’è la fame.
Spreco e sfarzo si incontrano con miseria e disperazione. Tutto in pochi chilometri quadrati di mondo. Ma questo tipo di chilometri quadrati nel mondo ce ne sono tanti. Purtroppo.
In questi luoghi si incontrano gli opposti, coloro i quali non conoscono nemmeno a quanto ammonta il proprio patrimonio e chi, il patrimonio, sta tutto nelle loro tasche. Vuote. Chi ha case e ville, palazzi ed interi quartieri, chi vive sotto lamiere in sette, otto, dieci dentro tre metri quadri di baracca. Da queste parti si incontra il tutto e il nulla. Due opposti che si toccano, ma che non si fonderanno mai. E’ così che và. Il grasso mangerà sempre di più, il magro scarnificherà. Quindi noi ci preoccupiamo di tenere controllato il colesterolo e il tasso di glicemia. Embè, laggiù non hanno codesti problemi.
Che fortuna! La forbice tra ricchezza e povertà si allarga sempre più velocemente e drasticamente. Inesorabilmente. Lo stile di vita di questa sopraggiunta nuova società, così voluta e costruita, conduce, inevitabilmente, verso le massime estremizzazioni possibili. Sono semplici considerazioni, sempre le stesse. Alle quali, tuttavia, non ci si può abituare. Che non possono essere accettate come la normalità. Non può essere normale un popolo che vive di stenti, che muore per una banale infezione.

Questa è però l’Africa, è questo popolo, questa nostra gente, condannata già alla nascita ad una vita difficile, sempre più difficile. Questo per consentire a quell’altra piccola, minuscola parte del mondo, di essere sempre più ricchi, di avere sempre di più. Di poter avere il meglio dell’utile e il meglio dell’inutile. In questi prossimi giorni saremo qui, a Malindi, dentro questo paradiso.
Andremo con Bruno Portabene a Muyeye, il suo villaggio, poi in un orfanotrofio, voluto e costruito da una signora milanese con il marito. Loro che hanno deciso di vivere qui, con bambini che non hanno nessuno, per dar loro una famiglia, del cibo, un letto. Per dare a loro la possibilità di credere.
Per dare loro l’opportunità di un futuro.

©Roberto Roby Rossi

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