martedì 29 settembre 2020

Malindi, l'arroganza dell'opulenza

tra la barriera corallina e e il villaggio di Muyeye

Malindi, l'arroganza dell'opulenza
Un’altra bella giornata di sole illumina e risplende questo tratto di costa oceanica. Una giornata, quella di ieri, che ci ha aperto gli occhi sulla realtà di questo paradiso terrestre. In superficie quello che il turismo chiede: vita spensierata fatta di spiagge curate, mare bellissimo, locali dove mangiare bene, altri dove divertirsi. Gratta gratta, togli quella patina leggera leggera e scopri quello che è bene non sapere. La prostituzione qui dilaga.
All’interno delle bellissime strutture ricettive ti propongono mille opportunità di svago tra escursioni per mare e per terra. Non rientra certo, tra le offerte esposte in bacheca, una notte con una ragazzina di 14 o 15 anni. Ma basta poco. E’ sufficiente entrare in uno dei tanti locali che sfilano lungo la strada, mettersi al banco e ordinare da bere, aspettare non più di qualche minuto. Una, due o tre ragazze e ragazzine sono già lì, ti chiedono se gli offri qualcosa da bere, acconsenti e les joeux soint fait! Pochi minuti dopo la marchetta è consumata.
Quanti sono i turisti del sesso? Tantissimi, di più di quanto si possa pensare. Le ragazze sono mediamente belle è il costo è basso. Peccato che il tasso di infezioni HIV è a livelli altissimi. Ma forse a questi “turisti”, poco importa. Il cervello è spesso scollegato, altri organi hanno la meglio, sovrastano la ragione, il pensiero.

Lo scopriremo presto questo mondo, senza alcuna fatica, senza bisogno di chiedere, di documentarsi. Alla prima serata passata al banco di un qualunque locale. E i locali sono tanti. Non è una proposta, quella del sesso a pagamento, che rientra nei servizi offerti per aumentare la qualità e la varietà del soggiorno. O meglio, non rientra nelle proposte scritte.
Si fa e basta, chi lo vuole sa che c’è. E fa business, tira e attira, produce. Ma si sa, la prostituzione dilaga dove dilaga la povertà. Certo, non v’è città al mondo dove non esiste questo fenomeno.
La differenza è che nessuno si farà una vacanza a Piacenza o a Trento, a Genova o a Firenze, o in qualunque altra città d’Italia o d’Europa per andare con prostitute.
Qui invece si, si viene anche per questo, si spende poco e c’è la “merce” più ambita: bambine e ragazzine. E’ una professione che non è svolta da ragazze immigrate, ma nasce in casa. E’ un’attività che dà sostentamento alla famiglia. E’ la stessa madre che, il più delle volte, avvia le proprie figlie alla prostituzione.
E cominciano all’età di 10 o 11 anni.
Nei locali ci trovi quelle più adulte, che possono avere anche 16 o 17 anni! In altri locali quelle più grandi, 20 o 22 anni! Ragazze che non hanno conosciuto altro che questa vita.
Ne parleremo con Bruno Portabene, la nostra guida di Malindi. Lo abbiamo conosciuto appena arrivati in spiaggia il primo giorno. Simpatico e scaltro, Bruno vive con la mamma e 5 tra fratelli e sorelle, il papà l’ha perso. Con lui l’amico e “socio in affariZucchero, così si fa chiamare.
Lo spunto per la chiacchiera è il pallone con il quale stanno giocando. Non a caso. Loro sanno bene come il popolo occidentale ami il calcio. A loro, invece, non può fregar di meno, ma fa parte del lavoro. Qualche calcio alla palla e qualcuno che si avvicina lo trovano sempre. Anche stavolta.
Play the game – esordisce Nicolò – give me the ball”. Lo sapevano già. Gli passano la palla, due minuti dopo eravamo già clienti di Bruno e Zucchero. Vispi e svegli, con un italiano storpiato apposta per risultare simpatico, prima solleticano la nostra sensibilità parlando di quante belle cose ci sono da vedere.

Si inizia a tracciare un programma di massima per il pomeriggio e il giorno successivo. Con loro visiteremo Muyeye, il villaggio dove vivono. Entreremo nelle loro abitazioni.
Poi andremo insieme all’orfanotrofio a pochi chilometri da qui, gestito e di proprietà di Maria, una signora milanese, con il marito. Una visita la faremo anche ai banchi del mercato, dove amici e parenti espongono oggetti di artigianato di ogni tipo. Tra una chiacchiera e l’altra, partirà la “fase 2”.
Bruno e Zucchero cominciano a raccontare le loro difficoltà, le loro povere vite. E non raccontano certo bugie, vedremo le loro condizioni, entreremo dentro la loro quotidianità. Ma questa mattina, con loro, è solo mare e spiaggia. Insieme andiamo alla barriera corallina, una passeggiata in mare, in mezza gamba d’acqua.
La premiata ditta Bruno & Zucchero ci guida, davanti a noi, per indicarci il percorso giusto, che in teoria dovrebbe evitarci ricci, buche improvvise ed altre trappole di mare. Non servirà a granchè, di rientro conteremo sulle piante dei nostri piedi, in totale, 6 tra tagli e taglietti. E non servirà a placare la nostra goliardica ira e il nostro dolore, lo “stronzo di mare” che Bruno ci ha voluto regalare. E’ un animale marino che molto assomiglia al nome di fantasia che qui gli hanno attribuito. 

E' ora di pranzo, ottimo e in una cornice meravigliosa, ma viene dopo le necessarie cure al piede. Zoppicheremo per i giorni a venire, ma vabbè, c’è di peggio. L’appuntamento è per questo pomeriggio, alle 3 all’ingresso dell’hotel. Andremo a bordo di un tuc tuc, per non farci mancare niente!

Bruno Portabene – guida improvvisata di
Malindi

Il suo nome è Kabanga, ma per i turisti è Bruno Portabene. Ogni mattina staziona nei pressi del Coral Key Beach Resort, a Malindi, dove soggiorniamo. Quello è il suo posto di lavoro, la spiaggia. Lì, con altri amici colleghi, cerca di agganciare i turisti per portarli in visita alla barriera corallina, oppure su altre spiagge, o ancora nei luoghi dove vive la sua gente. Ha 22 anni e vive in un villaggio di case precarie, con la mamma e 5 tra fratelli e sorelle.
Parla un italiano pensato, con termini e accenti scorretti, ma così voluti per risultare simpatico. Bruno è un ragazzo in gamba, scaltro ed intelligente. Ha un fisico asciutto, alto, begli occhi, taglio rasta. E’ quello che nel gruppo noti per primo, carismatico e con un timbro di voce che si fa sentire. Intraprendente e volitivo, ha l’aria del leader. “E’ meglio chiedere che rubare” è il suo ritornello, come per dire "lascia che ti stressi, preferisci che vada a rubare?".

Quando andremo con lui e Zucchero a Muyeye, nel villaggio dove vivono e dove sono nati, parlerà di regole interne che ci lasciano un po’ basiti, passeremo con loro e altri amici qualche ora nell’area di ritrovo del gruppo, dove fumano, bevono, cantano e ballano al ritmo del reggae più sfrenato.
Sanno stare bene insieme, hanno un senso del rispetto, dell’ospitalità e dell’onestà che in occidente hanno solo i fessi. Qui a Muyeye è così, sono onesti perché se non lo sei, non ci stai, o ti bruciano (davvero) o ti allontanano. Regole e leggi interne, di un mondo ancora in parte tribale, ma che funzionano.
Noi siamo più evoluti, più civili?
Beh, certo… come è certo che la nostra parte di mondo è in mano ai furbi e disonesti. 

Tuc Tuc: Malindi su tre ruote

In verità i Tuc Tuc si trovano anche nelle città più grandi del Kenya (e in altri paesi dell’Africa, ma non solo, in quanto nella nostra Stromboli è l’unico mezzo in circolazione). Si tratta di veicoli Ape Piaggio attrezzati per trasporto persone, concorrenti dei taxi, ma molto più economici. Colorati e personalizzati anche nella tappezzeria e negli accessori, i Tuc Tuc stazionano prevalentemente davanti agli hotel e ai villaggi, ma si possono fermare anche mentre sfrecciano (per modo di dire!) sulle strade.
Un passaggio che può impegnare il mezzo anche 10 o 15 minuti può costare dai 20 ai 30 centesimi a testa, nel periodo di bassa stagione, mentre può raddoppiare o più nell’alta stagione. Il Tuc Tuc è senz’altro da non perdere, almeno per una corsa. Non sarà determinante nell’esito della vacanza, ma è cosa buona vivere le tipicità, provare ciò che caratterizza un luogo.

Malindi e turismo

Malindi ha un’antica storia ed è oggi il centro turistico più famoso della costa keniota e tra i più noti dell’intera Africa. A metà strada tra la brutta e caotica Mombasa e la selvaggia e splendida Lamu, Malindi è un po’ l’uno e un l’altro. Il rischio, però, che l’industria del turismo la porti più verso uno sviluppo commerciale, annullando così quell’aspetto ancora un po’ rurale che persiste, è grande.
Il turismo di massa sta ingolfando anche questo paradiso, perdendo forse quell’utenza che poteva apprezzare questi luoghi anche per le sue peculiarità storiche e di amenità.

Nelle vicinanze le rovine di Gedi e la Arabuko-Sokoke Forest sono visite da non perdere, come anche alcune spiagge appena fuori dal centro abitato. Tuttavia, una delle attrazioni più spettacolari è rappresentata dalla barriera corallina. Questo è uno dei tratti più affascinanti dell’intera costa ed un’escursione per mare, magari a bordo di un dhow, è un’esperienza da non perdere. Anche la pratica dello snorkelling è diffusa, proprio perchè la varietà dei coralli e pesci dai mille colori è straordinaria.
Per la città ci si può spostare a bordo dei tanti ed economici Tuc Tuc, come è anche bello avventurarsi in bicicletta (è facile da trovare e molto economico il noleggio), per visitare il vecchio quartiere swahili, oppure per addentrarsi nel mercato, sempre animato, o per entrare dentro nel cuore della Malindi turistica, tra negozi e locali di ogni tipo.

Muyeye
Il villaggio si sviluppa su un’area che sorge a circa 15 minuti dal centro di Malindi. Vivono lì dentro più di 4000 persone, ci dice Bruno Portabene. Lui vive lì, in una delle abitazioni che qui sono in legno e fango. Mediamente le famiglie qui sono tutte abbastanza numerose, come e più della sua. La stradina che conduce alle case è sconnessa, anche a causa della pioggia caduta nei giorni scorsi.
E’ un villaggio di povere e precarie case, ma dignitose, come chi le abita. Una comunità con rigide regole, ferree nella loro applicazione, tribali per alcuni versi, eccessive per la nostra cultura. Ma efficaci. Improponibili, per la nostra società. La giustizia, qui dentro, non è scritta e non è frutto di una società democratica ed evoluta.
Esiste un sistema che basa le fondamenta su una convivenza fatta di rispetto delle posizioni gerarchiche, di beni collettivi, di compiti da rispettare dati dall’età e dalle attitudini individuali. Poche, ma precise ed inderogabili leggi che, se violate, prevedono punizioni troppo severe.

Bruno ci racconta che, abbastanza recentemente, è stato giustiziato uno di loro per aver rubato. E non conta se all’interno del villaggio, come è successo in questo caso, o altrove. Chi si macchia di questo peccato è condannato a morire. Al reo viene infilato attorno al corpo un vecchio copertone di auto intriso di alcol o benzina e gli viene dato fuoco! Mi dice che però capita molto raramente che qualcuno rubi o commetta reati. Non stento a crederci!
Una diversa punizione viene invece inflitta a quegli abitanti del villaggio che vengono trovati al tavolo di qualunque ristorante o locale. E' un affronto alla propria comunità, quella del villaggio. In questo caso costui verrà ripudiato dalla stessa famiglia e dalla comunità. Dovrà pertanto lasciare definitivamente la casa e il villaggio. Per mai più ritornare. Pene severe, troppo severe, questo è vero. Non è segno di civiltà. Come non è civile quella società che consente ai colpevoli di reato di rimanere in libertà per una giustizia che non funziona. Quella di casa nostra.
Perciò risparmiamoci ogni commento e giudizio, non è il caso!

©Roberto Roby Rossi

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